Un re senza corona

I leader degli uomini
Nati dalla tua frustrazione
I leader degli uomini
Solo una strana infatuazione
I leader degli uomini
Hanno fatto una promessa per una vita nuova
Nessun salvatore per la nostra causa
Per annientare le atrocità dell’odio

I.Curtis

– Sei un re senza corona
– Ecco, allora portamene una, fresca, con un pò di limone…

B.R.

Ustation Musica intervista i Dirtyfake

“Shallow Depths” è il nuovo ep della band romana. Un ossimoro come titolo per parlare del moderno ristagno culturale tra social network e assenza di ogni “approfondimento”. Ustation ha intervistato Fabrizio Byron Rink, leader e cantante della band

Profondità superficiali, il nuovo ep dei Dirtyfake, ce l’ha con tutto ciò che è apparente, ad esempio i social network. Non in quanto tali, ma come mezzo che favorisce un inesorabile appiattimento di valori. Ecco che la band romana, a due anni dal precedente “TumorRow”, torna con un album accigliato e scuro, con una copertina davvero molto dark e con un suono che vira verso un cambiamento rispetto ad un passato legato ai suoni di Seattle. Ustation Musica ha intervistao Fabrizio Byron Rink, cantante e leader dei Dirtyfake.

– Fabrizio,  “Shallow Depths”. Quando si sceglie un ossimoro non lo si fa mai a caso. Ci racconti questo titolo?
– Effettivamente sì, ci piace giocare molto con il linguaggio e anche con “TumorRow” avevamo optato per una scelta del genere. “Bassa profondità” o “profondità superficiali” vuole essere una sorta di critica ai social network in particolare, ma poi anche alla situazione generale, in ristagno culturale. Un ristagno probabilmente causato anche dall’utilizzo distorto della Rete. Insomma non c’è l’approfondimento conosciuto dalle generazioni precedenti e vince invece il carattere approssimativo del Web che non dà i giusti valori alla vita.

– Ultimamente sembra come se non si possa fare un disco che non sia pessimista. “Shallow Depths” poi ha questa copertina così scura, assomiglia a una delle vecchie cover dei New Order…
– Io credo che un po’ di oscurtà non faccia mai male. A me sembra comunque che il disco sia meno “dark” di quello precedente, “TumoRow”, che invece aveva una copertina molto colorata. Ci piacciono sempre questi giochi di contrasti.

– Chi vi ascolta da tempo sa che siete cresciuti col Grunge. Però in questo disco sembra ci sia da parte vostra una sorta di tentativo di de-grungizzazione. È così?
– È dura. Non lo so. In parte c’è il tentativo di farlo, anche perché la voglia è quella di contaminarsi con cose più moderne e attuali. Credo che il superamento faccia parte della vita e che qualsiasi persona si confronti con le arti debba necessariamente, presto o tardi, superare quello che aveva raggiunto.

– Il primo singolo è “Pick One More Number”, cosa racconta?
– È il ritratto della condizione di molte band, come la nostra, che si devono fare il mazzo tutto il giorno e ritrovano se stessi soltanto in sala prova quando possono finalmente suonare.
Guarda il video dell’intervista su:

http://www.ustation.it/articoli/2075-le-profondita-superficiali-dei-dirtyfake

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