La settimana del disco

Byron Rink. Foto:  Silvia Mariotti

La settimana in arrivo è nota come la settimana del disco. Posta su facebook o su Twitter un brano dei Dirtyfake e riceverai una serie di commenti tipo: cos’ è la settimana del disco? Movimenta il tuo profilo grigio, renditi utile e celebre.

Salve, Non sono trascorsi troppi giorni dall’ultima volta che ci siamo sentiti ma nel frattempo sono accaduti una serie di (s)fortunati eventi. Abbiamo visto dal vivo i Caribou aprire ad un altra nota band che di note ne capisce davvero. Questi ultimi sbagliarne qualcuna di troppo; l’incresciosa situazione li ha resi più umani ai nostri occhi e meno robotici, salvo quando il cantante, un certo Thom si metteva a parlare in italiano, allora si che dimostrava di essere un automa Asimoviano. Per quanto concerne  invece il lavoro dei primi (o meglio, il lavoro di: Daniel Victor Snaith!) si alternavano fasi interessanti a volgarità; riprese infinite di strofe electro, in un brano persino accenti neomelodici partenopei, roba da brividi e disgusto. Personalmente poi, il mio stupore è stato viziato da atroci dolori interiori, così intensi che avrei voluto rivendere il biglietto. Ma volete mettere: sentire cadere per una manciata di secondi la propria guida, una vicenda che ti rende cinico senza più alcuna concessione (d’altra parte, dopo il “Fuck” di Layne Staley all’unplugged di MTV, per me chiunque può sbagliare ed essere nell’olimpo!).  E sappiatelo, in alto ogni tanto ci finiamo pure noi, le ultime recensioni sono state ottime,  il disco gira, non solo nei lettori.  Ad esempio Chiara Longo scrive su Rockit: ” Questo terzo lavoro è a un passo dalla cima della montagna. Questi sono i Dirtyfake. Non sono più i Dirtyfake che suonano come i Radiohead, i Pavement, i Codeine. Questi sono i Dirtyfake nella loro pura vera essenza. Il rock come lo suonerebbero i Dirtyfake. Non che abbiano inventato un genere, sia chiaro, le influenze sono sempre le stesse e si sentono, però questo disco non suona più come un tributo a qualcosa di già fatto. Suona come i Dirtyfake che hanno interiorizzato trent’anni di musica, dalla new wave, al grunge, al post-rock, all’indie rock americano degli anni 90, hanno mescolato tutto nel calderone della loro sala prove e respirato i fumi intossicanti di chitarre rampicanti, bassi che hanno il ritmo del passo, atmosfere scure e nostalgiche…” e prosegue sul finale: “…questo è “Shallow depths”, che dalle basse profondità emerge sempre più verso l’alto, a crescere, stupire, cullare. Di melodie così non se ne sentono tante. Mi auguro che il prossimo passo dei Dirtyfake sia quello definitivo“. E in effetti dovrebbe esserlo, ma staremo a vedere. Voi restate sintonizzati, anche quando sentite solo rumore bianco…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...