Happy Anniversary with WordPress

A quanto pare è passato già un anno dal nostro trasloco su WordPress, ricordo il dramma quando Splinder ci comunicò di sbaraccare. Oggi siamo felici di averlo fatto. Qui ci sono più persone attente ai contenuti, sangue nuovo.  Per festeggiare vi passo un vecchio racconto, prosciugato di alcune descrizioni e limato per facilitarne la lettura sul blog. Era stato scritto per la Rivista UP di Nicola Pesce editore, ma alla fine decisi che su quelle pagine non ero stato trattato con il giusto peso (mi avevano segato una poesia a metà!). Tuttavia non finì nel dimenticatoio, strappò qualche sorriso durante alcuni reading che ero solito fare all’inizio del secondo millennio, quando andavano di moda…

La mano del poeta

L’unica cosa che posso dire di quella notte, è che certo fu una delle migliori mai vissute. Spesso la vita è geometria e lo scrittore un antico egiziano. Ero appena uscito da casa di Margie, l’orologio aveva fatto scoccare le tre. La luna era bassa e grassa nel suo cielo. Il mio quartiere era solito divenire surreale quando lasciava il passo al deserto. Gli angoli di cemento, grezzi, illuminati per creare un alone di terrore industriale. La metrofagia era certo una delle delizie che mi riservava l’esistenza. La cavalcavo abile come un surfista domava la sua onda. Ero un giovane guerriero della notte. Mentre lasciavo che le gambe mi portassero lontano, godendo di ogni passo, mani nelle tasche, qualcuno, rapidamente si accostò. Si mise sottobraccio, deviando di poco la mia direzione. Era un uomo bianco, alto, moro, l’età poteva andare dai trenta ai quaranta.
– Non voglio farti nulla ma dammi tutto quello che hai!
Io mi misi a scrutare il cielo, poi lasciai sfuggire un sorriso.
– Sei caduto male, amico. Ho solo cinque pezzi in tasca. E’ stata la migliore dichiarazione d’amore mai ricevuta ma, se posso darti un consiglio, la prossima volta che ti va di sprecare energie, assicurati di vedere l’oro!
– E quei pantaloni di marca?
– Questi? Osserva questa macchia, è lì da sempre. I pantaloni che ti garbano tanto sono di seconda mano, me li ha passati mio fratello.
– Cazzo! Non hai un cellulare?
– Un che? Sei matto? Così, tutti i rompicoglioni che conosco mi fottono momenti sacri come questo
– Basta spegnerlo
– Si, certo, come no…
– Bè, qualcosa l’avrai pure
– Se la vedi afferrala. Con questi soldi stavo andando al drugstore a prendere una birra. Se ti va possiamo dividerla…
– No, grazie. Ah! L’orologio?
– E’ di gomma, guarda…
– Ma che merda è? Dove l’hai trovato, nei fustini di detersivo?
– Me l’hanno dato all’anteprima di un film
– Cazzo, fammi sedere và…
– Brutto momento?
– Non si riesce più a campare
– Cerca un lavoro vero, dammi retta
– Parli bene, ci ho provato, ma con i miei precedenti me la prendo nel culo
– Capisco
– No, non credo. Non è che avresti una sigaretta?
– Mi dispiace, non fumo
– Oh, sei proprio sfigato tu!
– Già
Scavavo negli occhi di quell’uomo. La sua era un’aria familiare. Un gatto randagio si fermò per fissarci, decise di accomodarsi presso un lampione. Mi sedetti anche io.
– Con cosa mi avresti voluto rapinare? – chiesi
– Con questa!
Prese dalla tasca una siringa. Non andava bene, non era ipodermica ed aveva ancora il tappo sull’ago.
– Ma quella l’avrai acquistata in una farmacia notturna un secondo fa. E’ tutta stonata è poi è troppo candida.
– Non minaccio con le malattie, minaccio con gli emboli!
– Ah, ingegnoso
– Già, mi fanno schifo le siringhe dei tossici. Credo sia una insofferenza nata alle elementari. Una volta non ci fecero entrare in classe per via di un tizio che avevano trovato in giardino. Era crepato per overdose.
– Non ci credo…
– E’ la verità!
– Impossibile, stai a vedere che…
– Ma che dici?
– Bè, anche a me capitò una cosa simile, anzi, perlopiù identica
– Ah si?
– E’ già,  io frequentavo la Dino Campana, una scuola qui vicino che…
– Alla Dino Campana?
– Si
– Ma anche io andavo lì
– Ecco vedi? Lo sentivo che avevi un aria familiare – dissi – Come ti chiami?
– Oh, mi hai preso per un coglione? Un secondo fa ti minacciavo con una siringa, non posso mica dirti il nome. Tu piuttosto, dimmi il tuo
– Fabrizio, Fabrizio Ribichini!
Sgranò gli occhi
– Io ti conosco, sei cambiato un casino, hai tolto gli occhiali e…e sei grande, più grande…
– Sono anche passati vent’anni
– E tu, quindi, hai capito chi sono?
– Diciamo che un idea me la sono fatta
– Cazzo, sono a disagio
– Capisco, è naturale
– Che figura di merda
– E vabbè, dai
– No, no, adesso ci vorrebbe proprio una paglia!
– Accompagnami al drugstore, io prendo un paio di birre e tu ti fai offrire una sigaretta ai videopoker.
Il mio vecchio compagno ci pensò su
– Ok – disse – andiamo!
Passammo presso la recinzione esterna della nostra vecchia scuola. Mi fermai davanti quelle mura ridotte in sfacelo
– Che roba, eh?
– Già, non sai che darei per tornare a quei giorni…
Non mi sembrò una gran cosa il suo desiderio. Mi grattai la nuca, poi mi voltai verso di lui.
– Non saprei, i videogiochi erano nettamente superiori a livello di gameplay, non avevo nessuna responsabilità grave e nessuna bolletta da pagare…però…scopavo molto meno!
– Non ho capito bene, ci torneresti o no?
– Mah, forse no
– Se non ci torneresti vuol dire che stai bene qui. Che fai nella vita?
– Un sacco di lavori diversi, mi piace scrivere ma da un pò di tempo ottengo solo un sacco di rifiuti più o meno cordiali.
– Ah, scivere
– Già. Non sono neppure passati troppi anni dal mio apice…
– Almeno tu lo hai avuto un apice. E di cosa scrivi?
– Di ex-compagni di scuola che ti vengono a rapinare!
Sorrise
– Quindi con questa cazzata della scrittura hai trovato la scusa per farti le donne eh? Scrivi roba d’amore? Dì la verità…
– Scrivo di ladri, ubriaconi, nerd, musicisti, soprattutto di me stesso!
– E neppure una poesia d’amore?
– Non come la intendi tu
– E loro lo sanno o lo scoprono dopo?
– Che cosa? Dopo che cosa?
– Che non scrivi poesie d’amore, glielo dici dopo che te le sei fatte?
– Mirko! Ti chiami così no?
– Si, ma non dire il mio nome, cazzo!
– Ebbene, nessuna ragazza viene a letto con te se non sei in tutte le schifose librerie di questa caccola di paese!
– Ah, capisco. Bè, è normale, in fondo chi cazzo saresti?
– Esattamente!
La piazza del drugstore si era colorata l’asfalto con la luce dei suoi neon.
– Senti Fà, a questo punto io ci proverei, tu fammi da palo
– Che cosa?
– E dai, non è difficile
– Lo so che cos’è
– Bene, così mi eviti di spiegarlo
Ci pensai su
– Prima aspetti che mi faccio la mia birra
– Ma che dici?
– Senti, non hai potere decisionale se mi vuoi dentro!
– E va bene
Entrai al drugstore. L’illuminazione era bassa. La radio interna passava un blues melenso. Afferrai due Tennent’s e mi diressi alla cassa. C’era una ragazza sui venticinque, capelli legati in due ciuffi, uno dei quali era stato tinto di viola. Occhi che più profondi non risalivi.
– Prendo queste!
Sorrise. Era anche meglio.
– L’ho riconosciuta sa
– Ah si?
– Lei è Fabrizio Ribichini, il poeta dell’amore
Divenne rossa
– Proprio io, piccola!
– Le sue raccolte sono fantastiche, specie Le torte cruciali alle farmaciste e La gatta che strilla
– Ti ringrazio di cuore. Tu, invece? Che fai nella vita, oltre lo stare al drugstore?
– Studio arte
– Ah, studi arte…
– Si
L’artista è un uomo che, in ogni campo, scientifico e umanistico, coglie le implicazioni delle sue azioni e il nuovo sapere della sua epoca!
– Oh, è sua?
– Dammi del tu, piccola!
– Va bene
– Comunque no, non è mia. E’ di Mc Luhan, conosci?
– No
– Fa lo stesso
La ragazza agitava le sue mani. Le afferrai.
– Sai, io colgo le implicazioni
– Ah si?
– Si. Ora stammi bene a sentire, quando uscirò di qui, un coglione proverà a rapinarvi!
– Come?
– E’ così, ma noi non vogliamo che tu ti prenda uno spavento, io non lo voglio!
– No?
– No
– Perchè?
– Perchè sono l’uomo dalla consapevolezza totale e so…
– Si?
– Che domani usciremo insieme!
– Oh, va bene
– Certo piccola. Ecco, questo è il mio numero. Ora però avvisa subito la sicurezza, ce l’avete il bottoncino no?
Non l’avevano. Non era come in America. Dovette alzarsi e chiamare la sorveglianza. Tutta la vicenda finì molto presto, non feci neppure in tempo a farmi la seconda birra. Ero seduto sopra la collina di fronte quando Mirko veniva caricato e portato via. C’era sempre una volante a gironzolare attorno al drugstore. Non avevo grandi sensi di colpa. Mi grattai un pò il culo, mi bruciava forte per via di alcune emorroidi sorte a causa dei frequenti stati ansiosi. Lo faceva la stessa mano che scriveva sul foglio: ti amo.

(F.Byron Rink 2005)

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2 pensieri su “Happy Anniversary with WordPress

  1. restando in tema di consapevolezze totali, ho notato solo ora, ripetendo mentalmente la parola metrofagia mentre leggevo il racconto, quanto DAVVERO il suffisso -fagia renda l’idea della fame ingorda, disordinata, randomica di un qualcosa

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