Figli senza arte né parti

Father radiohead

Parti importanti, pezzi diciamo, di un motore della storia.

Ho sempre odiato i figli d’arte. Ne parlo spesso male in pubblico, credo per invidia. Mi affascina l’idea tutta anni ottanta di poter consumarmi nella gloria di qualcun’altro. Rifiutare capricciosamente il benessere ma esserne in fondo avvolto, emanando un profumo invisibile di sicurezza. Conoscevo un sacco di tipi che facevano i punk e poi avevano case enormi e sempre vuote al centro di Roma. Rampolli con i piercing. Al Liceo le ragazze ne andavano matte. Alcune di loro fiutavano l’agio come cani da tartufi. Certo, ammetto che vi sono stati anche numerosi casi dove il figlio ha superato il padre, prendi Raffaello con Giovanni de Santi, insomma, direi che tra i due non c’è storia. Mi fa un pò sorridere quando qualcuno attribuisce e associa il mio percorso musicale al passato di mio padre come fonico alla Rca. Tanto per cominciare mio padre smise di lavorare in quel settore quando io avevo otto o nove anni, inoltre non si è mai troppo curato di quello che facevo con i Dirty (poichè quello che suonavo con la mia band veniva da un pianeta a lui estraneo). A pensarci bene, forse ricordo sprazzi di Lucio Dalla, di Morandi, di Morricone. Cene con personaggi “minori” della nostra discografia. Ricordo: musicisti santoni, lennoniani comunisti ricchi, e tante discussioni tra i miei sulla libertà, ma non credo che mi abbiano spinto verso la musica. La musica la subivo non l’ascoltavo.  Gli unici brani che canticchiavo erano quelli dei cartoni animati. Ero fiero che mio padre avesse registrato la sigla di “Grand Prix il campionissimo” e quando portava i vinili in casa io fissavo i disegni dei manga e cercavo di replicarli. La musica cominciò per me in maniera reale quando compresi che io non volevo essere il protagonista assoluto della vicenda. Io volevo una band. Non volevo essere il cantautore italiano, volevo essere Layne Staley e per fare questo dovevo alzare il culo dalla panchina cercare il mio Jerry Cantrell e muovermi verso una sala prove.

Poi però vedo tutta una serie di foto alle pareti di una casa di montagna, c’è il signor Antonio che smanaccia la console dello studio C, il suo volto rimanda al testo di due brani concettualmente simili:

…per confrontare i nostri profili
che il tempo ha affilato
fino a confonderli

(Massimo Volume – Mi piacerebbe ogni tanto averti qui)

…Guardo mia madre a quei
tempi e rivedo
il mio stesso sorriso.

(C.Consoli – In bianco e nero)

E allora provo sentimenti contrastanti. Forse suono per ricordare qualcosa, forse voglio superare la (mia) storia. Forse era solo un ragazzo, come lo sono stato io. In una foto ha le sue sigarette, in un film sfoggia la barba (proprio quella che dice di tagliarmi).  Allora faccio una foto allo scatto sul muro, ora indossa la mia maglia. Mi sembra coerente. Tutto sempre indecifrabilmente coerente, poi continuo a suonare.

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3 pensieri su “Figli senza arte né parti

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