“Viaggio a Tokyo” torna in sala il 26 Agosto!

Viaggio-A-Tokyo

Nel mondo di oggi siamo abituati a guardare al passato come un qualcosa di strano, di anomalo e lontano. Un passato migliore e allo stesso tempo improponibile. La perdita delle tradizioni è ormai un processo caratteristico della nostra cultura, qualcuno la fuori continua a chiamarla evoluzione ignorandone il vero significato quando in realtà  sembra sempre più appropriato il termine “fuga”. Stiamo scappando da un po’ tutto ciò che un tempo ci rappresentava, rifugiandoci nelle scuse e nel finto senso di libertà promesso dal nostro tempo.

Il restauro di un opera come quella di Ozu non poteva dunque arrivare in un momento più propizio. Le sue tematiche si riaffacciano mostrandosi enormemente distanti e drammaticamente simili. Rivedere all’arena Nuovo Sacher di Roma la proiezione di Tokyo monogatari evidenzia l’abisso che ormai non è più quello “culturale” tra occidente e oriente ma è un qualcosa di più profondo, generazionale, legato conecettualmente al tempo che passa e si perde. Sarà la nostalgia ma anche la tenerezza espressa da Ozu nel suo capolavoro a costruire un ponte intuitivo che cattura lo sguardo dello spettatore, permettendo di filtrare così le proprie esperienze.

La morte ci priva di qualcosa, è un dato di fatto. “Qualcuno” e “qualcosa”. Tokyo monogatari va oltre la fisicità della perdita, si inserisce in un contesto più ampio dove sono i ricordi, ma ancora di più le “sbavature” dell’esistenza riflesse nella vita degli altri, a costruire la percezione dell’eredità. Eredità che assume nello sguardo di Ozu un motivo di analisi, affidandosi alla sua iconica inquadratura fissa (eccetto pochissime eccezioni) con cui sottolinea il movimento e lo spazio.  Una sorta di staticità flessibile in cui l’immagine si trasforma, muta, approfondendo così l’analogia cinema-vita alla base della sua opera, tra dolcezza e malinconia.

Il frame vive degli oggetti che lo abitano, tanto che addirittura il punto di vista diventa quasi quello di un “oggetto fermo” che assiste passivamente agli eventi e studia i personaggi che si muovono nello scenario, occupandolo con precisione assoluta. Ozu li predispone in fila, giocando sulla distanza e sulla profondità, suggerendo così un filo logico, un movimento teorico che li unisce sia sul piano fisico (dell’inquadratura) che temporale, ennesima abile osservazione della percezione del “cambiamento”. Splendida e esemplare in tal senso la scena della nonna con il nipotino che corre, mentre il nonno distante li osserva contemplando.

Chi guarda si schiera a secondo del proprio flusso temporale: ora sono il bambino che gioca, ora mi chiedo cosa diventerò nel futuro e ora, invece, mi limito ad osservare. Siamo nel presente in ogni attimo della nostra vita che Ozu riesce a racchiudere così bene in un singolo momento.

Poi ci viene chiesto di soffrire: nella morte di una madre, una nonna, una suocera, risiede il cambiamento. Mai facile da gestire eppure ci viene imposto di accoglierlo così come viene, con naturalezza. Si dice addio a tante cose, ci perdiamo in ricordi che in realtà non sono mai esistiti e andiamo avanti come se niente fosse. Perchè fa meno male o perchè è irrimediabilmente più facile?

Al personaggio più giovane del film, quindi ancora ingenuo e privo di cinismo, si dedica un discorso sull’inevitabile crescita di insensibilità verso i padri, verso le tradizioni, verso i valori. Ecco allora che siamo tutti complici della morte, siamo tutti colpevoli di aver lasciato andare via le nostre radici cercando di ricostruirci su comode rivoluzioni. Altre scuse.
Ma è possibile trovare in tutto questo una redenzione? La risposta in Ozu nonostante le premesse sembra essere positiva. Non siamo dinanzi a nessuna novità, anzi si calca addirittura la mano sull’ironia del quotidiano, che va, viene e torna così comè. La vita si ripete nell’attimo e il film chiude sulla stessa inquadratura con cui è iniziato. Privo di “qualcuno” o “qualcosa” ma ugualmente con lo sguardo verso il futuro. Ancora una volta possiamo cercare i vinti e i vincitori a secondo del nostro giudizio.

Il cinema di Ozu è un testamento artistico culturale senza fine che trova forse proprio in Tōkyō monogatari (1953) il suo punto più alto. Una saga familiare intima e devastante, capace ancora di riflettersi sul tempo.

Valerio Di Giovannantonio

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