Sleaford Mods, questa è l’Inghilterra che c’ha lasciato la Tatcher, bellezza

sleaford_mods_Key_Market

Dicono che Federico Fiumani sia un tipo un po’ permaloso, perciò forse non gradirebbe l’uso che sto per fare del titolo di una sua canzone. Tuttavia, secondo me, potrebbe addirittura esserne contento. Ecco, il gruppo in questione è una specie di diamante grezzo. Una pietra irregolare, ma decisamente inconfondibile per forma e colore, anche a dispetto delle incrostazioni di polvere e fango. Mi riferisco agli Sleaford Mods, due angry men (Jason Williamson e Andrew Fearn) originari di Nottingham (Inghilterra) freschi “papà” del loro terzo album, Key Markets.

Disoccupazione, solitudini, sesso “da discount”, l’alcool che rappresenta un pozzo senza fondo capace di risucchiare tutto, vite da pub luride come i bagni che affollano. La lingua di Jason Williamson è un rasoio che sbuccia la ruvida realtà dell’Inghilterra contemporanea con la stessa disinvoltura con cui un macellaio utilizza i ferri del mestiere. Il suo è una sorta di rap stralunato e dissonante, ossessivo al punto da farsi ipnotico, tanto che qualcuno ha, giustamente, parlato di “incontinenza verbale”. A sostenere le sue straripanti istantanee espressioniste, le basi imbastite dal deejay Andrew Fearn, scarnificate fino all’osso. Per metterle insieme, infatti, gli basta un laptop e una tastiera.

Tenacia e incessante ricerca della propria autenticità. Da scoprire, veder prendere forma e consolidarsi. Questo, in breve, il percorso, accidentato e imprevedibile, che ha portato Jason Williamson fin qui, a una consapevolezza dei propri mezzi che si accompagna, finalmente, a un consistente riscontro di pubblico e critica. «In passato sono arrivato al punto di essere nauseato dal cantare, dato che prima di questo progetto sono stato un cantante e mi sono cimentato in quasi ogni genere: acustico, rock, folk, soul… A un certo punto sono diventato molto stanco di utilizzare il tradizionale schema strofa-ritornello-strofa-ritornello, sentivo di non riuscire ad esprimere me stesso in alcun modo con questa formula, non ero a mio agio. Mi sentivo come se stessi imitando qualcuno. Così sono entrato nella modalità spoken word e ho iniziato a scrivere per conto mio, per me, non concentrandomi sul modello canzone, e questo mio modo di scrivere a un certo punto è diventato come un modello nuovo, è stato una rivelazione per me, perché mi permetteva di andare ancora oltre, in ciò che volevo dire. Ero io, finalmente.
Ho avuto molte vicissitudini legate alle droghe e all’alcool, ho vissuto periodi molto difficili a causa di queste dipendenze. Queste esperienze mi hanno veramente bloccato, e non ho mai dimenticato tutti i momenti in cui ho toccato il fondo. A un certo punto mi sono reso conto che tutto si stava trasformando in una fonte di ispirazione concreta, mia. Ero capace di comunicare me stesso, le mie vicende passate e quelle che stavo vivendo in quel momento, ciò che vedevo intorno a me, il fatto di non avere un soldo, e la sensazione che non mi piacesse veramente nulla di quello che ero e di quello che avevo intorno.
Nei pub parli, spesso bevi e straparli, ci si prende in giro, ci si insulta tra amici, si parla del sistema e di tutto ciò che non va, si mettono sul tavolo le proprie frustrazioni, ci si confronta, e per me è diventato molto più d’ispirazione ascoltare le persone, starci in mezzo, rispetto all’ascoltare la musica degli altri traendone spunti».

Ascoltare gli Sleaford Mods è come immergersi in un film di Shane Meadows. Per questo, ora che è stata annunciata la terza stagione di This is England non mi stupirebbe ritrovare Jason Williamson nella veste d’attore. Gli basterebbe interpretare se stesso.

Francesca Garrisi

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