Humpty Dumpty – “Etnomology” (2015) Lp, autoproduzione, free download

cinside_humpty_dumpty_entomologyIo di Humpty Dumpty so un po’ di cose. Ad esempio so che Lewis Carroll c’entra e non c’entra. Poi conosco anche il vero nome di colui che si cela dietro questo progetto: Alessandro Calzavara. E che vive e lavora come insegnante a Messina.
Queste cose le so perché è uno di quegli amici facebookiani con i quali non ci si limita alla reciproca collezione virtuale, e con i quali, invece, si scopre di avere un certo numero di passioni in comune: sono rari, so anche questo.
Alessandro, dicevamo, è quindi l’artefice di questo album; album che non è il primo: il Nostro è attivo ormai da una ventina di anni, tutti fieramente indipendenti. E qui, immagino, qualcuno abbozzerà il sorrisetto. Bene, è consentito farlo, nessun problema. Però vorrei precisare che la politica di HD è sempre stata coerente e ben definita: nelle rarissime interviste che lo vedono protagonista sui siti web musicali, Alessandro spiega e motiva largamente il proprio punto di vista. Dunque non è questo il luogo per dilungarmi oltre sulla questione, se qualcuno vorrà approfondire lo potrà fare agevolmente.
Concludo il prolegomeno con quello che è l’assioma fondante della filosofia “humpidumpiana”: la musica di Humpty Dumpty viene distribuita sul web in modalità free download.

Passiamo quindi al disco, che vede innanzitutto il ritorno di Calzavara all’uso dell’inglese dopo una parentesi tricolore (che non crediamo certo accantonata per sempre).
Tanto erano scarni gli arrangiamenti del precedente lavoro, tanto ci si abbuffa di trovate oblique e spesso inattese con questo Etnomology, ricchissimo di sonorità e di umori, il quale si apre con una congerie archetipica del paesaggio che si svelerà strada facendo: wave, post punk, progressive, etnofolk, psichedelia, indie pop. Un vero e proprio Erlebnis sonoro, una materia in continua evoluzione.

E così troviamo piccole gemme di pop folk straniante, speziate wave, canzoni che potrebbero stare in quelle meravigliose raccolte anni Ottanta tipo Pillows & Prayers, entro le quali finivano gruppi un po’ minori e altri che poi sarebbero approdati al successo commerciale; un nome su tutti, gli Everything But The Girl. Qui il Nostro fa la figura di un Felt con la passione psych 60’s, così come è onnipresente l’ombra dell’amatissimo Robyn Hitchcock. Parlo di brani come Close e di altre ballate.
Time fa suo l’aspetto ossessivo dell’elettronica più cupa e visionaria, mentre Cherries è ironica e riflessiva, condita di amaro sarcasmo.

Ma il cinismo non è affare che Humpty Dumpty possa amare particolarmente, ed ecco manifestarsi il dream pop drammatico e intensissimo di Mirrors, uno degli apici emotivi del disco. Appena prima ci si era smarriti in una sbarazzina cover di Back to the old house degli Smiths, quasi un tirare il fiato prima della tempesta. Che puntualmente ci travolge con il delicato e disarmante intimismo di A shot of you and I, dopo che per un momento avevamo sfiorato il tropicalismo chitarristico con The chain, senza scordare la pazzesca Starglow, un cangiante etno psych folk.

Il tempo di credere di riconoscere i Metallica(!) in The weight, e di ritrovarsi ad un party pomeridiano anni Sessanta con Surrender, ed ecco che si chiude (Christmas).
C’è anche che faccio sempre più fatica a scrivere di musica, soprattutto quando ci trovo dentro la bellezza. Forse sono solo stanco, ma mi sembra di non trovare mai le parole adatte. Bene, atteggiamento personale a parte, qui c’è un album che merita un’attenzione che non riceverà, parlando di numeri. Ma è probabile che nemmeno vorrebbe riceverla, sempre parlando di numeri.
Facciamone piuttosto una festa per pochi intimi.  (A.Fornasari)

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