The Runaways

2836619904_1_21Unico lungometraggio della celebre Floria Sigismondi, che invece di essere valorizzata (in quanto italiana) si è vista cancellare la sua pellicola dalla programmazione nelle sale cinematografiche nostrane. Evidentemente non siamo interessati alla band che lanciò la carriera di Joan Jett, qui interpretata da Kirsten Stewart che cerca di fare del suo meglio, con risultati peraltro interessanti e neppure ad una videomaker fenomenale che ha scritto una pagina del videoclip anni novanta (The White Stripes, David Bowie, Sigur Rós, The Cure, Björk, Muse, Marilyn Manson…solo per citarne alcuni)

Nonostante il fascino della Jett il film si concentra sull’ascesa di Cherie Currie, voce delle Runaways dal 1975 al 77, infatti pare sia ispirato a “Neon Angel: The Cherie Currie Story“, l’autobiografia della cantante uscita verso la fine degli anni ottanta.

Raccontato con strane imprecisioni storiche (ma questo è un male presente in tutti i biopic) e con uno stile stranamente moderato per la Sigismondi The Runaways ci porta sulle strade losangeline che verso la fine degli anni settanta assistettero alla nascita in provetta di questa punk band tutta femminile. Deus ex machina della vicenda è la figura incredibilmente torbida del manager Kim Fowley, scheggia impazzita dell’industria discografica e grande talent scout (nel film è interpretato da Micheal Shannon, praticamente perfetto nel ruolo e nel fisico).

Il ruolo della Currie è stato affidato a Dakota Fanning. Entrambe le due attrici sembrano pescate da poco in laguna, i loro occhi vacui sono ormai celebri ma entrambe si sforzano di dare il meglio. In particolare la Fanning (anche se per il ruolo forse serviva chessò una nuova Chloe Sevigny!) che conferisce al personaggio una strana e disperata dolcezza, necessaria per spiegare l’abbandono di Cherie dalla scena musicale per via degli abusi di droga e (ma il film sorvola) sesso.
La colonna sonora è giustamente esplosiva: si va da Suzi Quatro a David Bowie, dagli The Stooges ai Sex Pistols. Ovviamente ci sono The Runaways (anche interpretate dalla Fanning e la Stewart), la fantastica “Bad Reputation” di Joan Jett and the Blackhearts.

Insomma un film biografico stimolante su di una band che all’epoca non divenne famosa ma le cui intuizioni rimasero influenti per le scene musicali successive.

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4 pensieri su “The Runaways

  1. Noi non l’abbiamo trovato pessimo. Aveva qualche buona scena ed una valida fotografia. Il problema dei biopic musicali è che riescono a frenare i registi, sono pochi quelli di grande qualità, me ne vengono in mente due: “Amadeus” di Forman e “Control” di Corbijn. Il punto è che il film è tratto da un libro e non dalla vicenda reale. C’era già un primo filtro…Sicuramente sarebbe stato più vero e truce se a parlare fosse stata la Jett.

  2. Non so, manca di vitalità, non riesce a coinvolgerti.
    Control mi manca, devo recuperarlo.
    Anche di Ray si parla molto bene, ma non l’ho mai visto.
    E poi Walk the Line: non un capolavoro, ma due grandi interpreti.
    E pure Nowhere Boy non è male.

    • “Ray” non è affatto male, recentemente è uscito anche “Get On Up” su James Brown, interessante a tratti ma ben prodotto, lo stesso si potrebbe dire di “The doors” che ha Stone dietro la presa. Valido film ma troppo “maledetto” nei contenuti sconfinando nell’esagerazione. A noi è piaciuto parecchio: “Greetings from Tim Buckley”, delicato e poetico film sul rapporto padre/figlio con un Jeff poco adatto nella scelta estetica ma piuttosto bravo nel ruolo… o anche le particolari trovate del film di Haynes su Bob Dylan: “Io non sono qui”. Ad ogni modo presto o tardi questi film verranno tutti recensiti su C inside…

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