Calogero Incandela – “Tra la movida e la morte ” (2015) Lp, autoproduzione, free download

Dalla movida alla morte

E da solo mi consolerò
Di tutte le ragioni che ora ho

Bagheria, provincia di Palermo. Ci sono due possibilità per tenere a mente la sua esistenza. La prima è sorbirsi il polpettone rancido del quasi omonimo film di Tornatore. L’altra ve la offro io in questa recensione e vi conviene prender nota, non solo perché certamente preferite scappottarvi l’ipotesi masochista, ma perché qui v’è – se possibile – un’antitesi vivente della montagna che partorisce il topolino. Al contrario: c’è il denso mefite dello sterquilinio che s’innalza a vette incantate, c’è un’alitosi cosmica che si fa zefiro rinfrescante. Le note di quest’album oliscono d’edilizia mafiosa, discariche intasate, panchine arrugginite e sacchetti pieni di panelle e crocchè scadute lanciati giù dal balcone (e che raramente azzeccano il cassonetto). E aggiungeteci il pane con la meusa, non necessariamente scaduto.
Calogero Incandela è colui che è destinato ad attraversare questa suburra e sfangarne un’indennità poetica. E quanto daffare quando sarebbe bastato drogarsi o scrivere di calcio! Invece no: fare la spola tra una delle metropoli più densamente palermitane d’Italia e il natio borgo selvaggio diventa qui viatico a uno Zibaldone sonoro che, in quanto a pessimismo, ha poco da invidiare a Gino Bartali.
“Sopravvivere è indolore” apre il disco e c’introduce con un generoso sguardo d’insieme nel letamaio antropico a cui è impossibile sottrarsi. La vista di Calogero si spande attorno come un “lampione che illumina di buio”, e prova a scorgere qualcosa oltre la siepe mentre quelli del piano di sotto si prendono a coltellate.  Sognare allora un rapporto sentimentale pur sapendo che si muterà presto in desiderio di dominio (probabilmente subìto)?  Lasciarsi coccolare da qualche anima pia che ti guiderà dritta in chiesa perché gli pari un po’ timido? Farsi riempire il portafogli (vuoto) di immaginette di Padre Pio (protettore dell’abusivismo)? Raccontare una debolezza o una sconfitta a chi non aspetta altra occasione nella vita per saprofizzarti l’anima? Dura è la strada del poeta di campagna, troppo sfaccettato per partecipare a un happy hour e troppo genuino per le snervanti astrazioni del birignao antagonista. Non resta che la poesia, e “Dalla movida alla morte” ne è pieno zeppo. Anche suo malgrado. Il resto lo fanno una chitarra quasi accordata e umili arrangiamenti da film di Luigi Comencini.
La poetica di Calogero scaturisce tutta dal contrasto fra la delicata gentilezza d’un soggetto appestato da arguzia patologica e lo squallore d’un contesto in cui tutto è così spudoratamente infido da sommergere di manierismo persino la rivolta. Il disco si colloca nel punto del tragitto esperienziale in cui disarmante confessione di spaesatezza e meccanismo di difesa ironico si passano indefessamente la staffetta, dimenticandosi infine di correre verso il presumibile traguardo. La sconfitta non va dunque “mostrata in pieno”, ma costantemente digerita, mutata in introflessione poetica, dove ricordi, immagini e aspirazioni possono condurre in “Clinica psichiatrica” o, in alternativa, a una rivisitazione patafisica dei promessi sposi (“Gli incerti sposi”), tanto per sfregiare un po’ un testo ahimè troppo sacro.
Rispetto al più spigliato “Tutti ostentammo a stento”, esordio di Calogero sulla lunga durata, “Dalla movida alla morte” accentua la vena narrativa e la connota marcatamente di desolazione e sconsolatezza. Ogni tanto fa capolino uno squarcio di sole, ma è zeppo di raggi ultravioletti e si corre ai ripari.
Per respirare un po’ d’aria buona di campagna la strepitosa “Cani” opta per una passeggiata in bici, ma finisce nella solitudine della montagna nel tentativo di sfuggire a un branco affamato di cani che “vanno addosso sempre a quelli messi peggio”. Calogero tira loro pezzi di formaggio per distrarli, ma è una tregua momentanea, come tirare canzoni (che pochi ascolteranno) al vuoto solipsistico di internet (“Ultimo mondo social network”).
Ma “Tra la movida e la morte” dice già tutto sin dal titolo; i titoli sono un altro straordinario talento di Salvo/Calogero (e i due non sono mai stati così affiatati sin dai tempi della nascita): sia per coloro a cui la sola parola “movida” stimola una surrettizia voglia di crepare (e mi ci annovero) sia a quelli che per sfuggire alla minaccia del Nulla Eterno cercano indefessamente l’aperitivo più sfizioso come Sisifo trascinava il suo masso, “Tra la movida e la morte” dirà qualcosa di essenziale: “tu non puoi farci niente, domani è un altro giorno”.
Due capolavori su due.

Alessandro Calzavara

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