Ecco perché oggi siamo tutti artisti (primo episodio)

EgocentrismoSembra che, negli ultimi anni, in psicologia si stia registrando un massiccio incremento dei casi di narcisismo perverso: individui (uomini e donne) profondamente egoisti ed egocentrici, del tutto incapaci di amare chiunque tranne loro stessi, amanti esclusivi della propria immagine, pubblica e personale, ed esclusivamente impegnati a promuovere il proprio “personaggio” al fine di ottenere un consenso sempre più ampio in società, nel mondo del lavoro o anche solo su Facebook.

In effetti, se viviamo in un mondo in cui domina l’individualismo e il consumismo, allora egocentrismo e narcisismo possono esserne anche una (quasi) diretta conseguenza.

Nella nostra realtà è dominante il pensiero funzionale – generato dalla tecnica – e in cui imperversa la cultura consumistica – generata dal mercato economico – e quindi siamo quasi automaticamente indotti a trattare anche l’altro come fosse uno strumento o un prodotto di cui usufruire, per poi sostituirlo velocemente con uno strumento più efficace o con un prodotto nuovo. Già solo l’industria pubblicitaria, facendo leva sul nostro lato emotivo, non solo riesce a creare sempre nuovi bisogni in termini di servizi e di prodotti, ma è anche capace di generare e di diffondere l’illusione che la loro soddisfazione, attraverso l’acquisto, possa renderci felici, permettendoci di “sentirci unici” o, addirittura, di “essere veramente noi stessi”, fino a farci identificare il diritto alla felicità con il diritto all’acquisto immediato, al consumo individualistico, al lusso sfrenato, cioè alla pretesa di esser irresponsabilmente ricchi ed egoisti, soprattutto per quanto riguarda i prodotti di bellezza, di cosmetica, di cura del proprio corpo e, più in generale, per tutto quel che concerne l’attuale sacralità di “salute e benessere”.
(“Io lo pretendo, perché me lo merito”: è il pensiero di fondo indotto dalle pubblicità)

Potremmo forse concludere, quindi, che l’egocentrismo narcisista sia divenuto una patologia caratteristica della cultura decadente dell’individuo occidentale moderno. Oppure, potremmo credere, più semplicemente, che la psicologia moderna abbia scoperto l’acqua calda e che l’individuo sia sempre stato, per natura, profondamente egoista, egocentrico e narcisista, pur essendo stato capace di inventarsi, lungo l’intero arco della sua storia, scuse e giustificazioni grandiose attraverso valori morali e ideali astratti bellissimi, certo, ma concepiti, magari anche solo inconsciamente, esclusivamente a tal fine mistificatorio.

In ogni caso, qualunque punto di vista si scelga di adottare in partenza, nella nostra società l’egocentrismo estremo e il narcisismo eccessivo dell’individuo medio di oggi, alla fine, restano sempre due tratti caratteristici e fin troppo in evidenza.
Si è, quindi, sentito il bisogno di giustificarli in qualche modo, in più di un modo: si è provato a considerarli come segni distintivi dell’appartenenza ad una civiltà iper-evoluta o come qualità proprie di un’esistenza  super raffinata, ma l’effetto di credibilità oggettiva risultava complessivamente scarso; allora si è provato a concepirli come tratti sintomatici di un livello generale superiore di benessere e di una attenzione generale maggiore alla cura del proprio corpo, ma questo metodo sembrava giustificare soprattutto o soltanto le donne e gli omosessuali, mentre è stato sempre evidente che le differenze nei gusti sessuali, almeno a tal riguardo,  non sono rilevanti per niente. Infine, perse le speranze di trovare giustificazioni più significative, egocentrismo e narcisismo sono stati accettati nella nostra cultura come ordinarie e moderne modalità di “essere alla moda”.
Nello scontro dialettico, però, tra la spinta sempre maggiore alla globalizzazione e la tendenza sempre più forte all’individualismo, tra il sempre profondo bisogno di appartenenza dell’individuo ed il suo più dinamico desiderio di essere diverso, il bisogno di trovare una giustificazione dignitosa all’egocentrismo estremo e al narcisismo eccessivo non solo è rimasto vivo, ma si è trasformato perfino nel desiderio di farsene un vero e proprio vanto etico e (quasi o potenzialmente) unico: a questo punto è entrata in gioco l’idea geniale di ricorrere all’ammirevole, seducente, affascinante, profondo, ambiguo, sensibilissimo, ed inevitabilmente esclusivo ed eccentrico, “animo artistico”.
Se oggi l’arte è ancora uno tra quei pochi valori che non si sono sminuiti nel tempo, è per questo motivo.

Claudio Bardi

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4 pensieri su “Ecco perché oggi siamo tutti artisti (primo episodio)

  1. L’ individualità è di fatto una condizione esistenziale, tutti in vero facciamo esperienza della solitudine, incomunicabilità, e tragedia della nostra unicità che si allevia solo quando ci sentiamo capiti o compresi ed in qualche modo in comunione con l’ altro, ma tutti sappiamo anche quanto precaria e fugace sia tale condizione (reale o immaginaria) di empatia. La distorsione mentale indotta, con l’ effetto di atomizzare la società, non è tanto quella di essere unici ed individuali che è una condizione naturale ma che le distanze con l’ atro siano sempre in un rapporto di verticalità in cui allontanarsi significa distinguersi e primeggiare su gli altri quando di fatto le distanze sono meramente orizzontali ovvero impediscono una coesione che non sminuirebbe affatto la nostra individualità ma fornirebbe ad essa un sostrato per crescere in un contesto affine, ma oggi il bombardamento del marketing ci isola solo per crearci dei sensi di compensazione da sfogare con il consumo, inteso nel senso più largo del termine, ciò porta la società alla fragilità, e permette ai poteri di manipolarci con tecniche ipnotiche da quattro soldi. per questo l’ individualismo non è che rinnegare il nostro ruolo faticoso di costruttori illudendoci di poter trarre vantaggi dai nostri più primordiali istinti di autodifesa e sopravvivenza più propensi al conflitto, facilmente stimolabili attraverso i nostri istinti primari(,paura,violenza,sesso,). Costruire significa creare ponti tra diversità per renderle in qualche modo organiche e compatibili senza necessariamente snaturarle ed è ciò che fa la vita a differenza dal resto delle manifestazioni del cosmo che per legge dell’ entropia tende a disgregarsi disperdersi ed appiattirsi. il moderno individualismo è un negare il nostro ruolo all’ interno di insiemi ,negare il peso che hanno le nostre azioni sul contesto, e dunque anche il peso del contesto sulla nostra vita, è un percepirsi al di sopra quando si è al di fuori. Tutto questo non ha nulla a che fare co l’ arte che è in vero tensione verso la condivisione, gesto espressivo finalizzato a colmare una distanza e non crearla. In vero se tutti si sentono artisti oggi (almeno in Italia)…E’ più colpa della de Filippi che altro

    • Le tue osservazioni mi sembrano interessanti e stimolanti, per me perfino condivisibili, ma la tua considerazione finale deve essere sicuramente ironica, perché risulta davvero impossibile prenderla seriamente.

      L’individualità è sì una condizione esistenziale, ma non solo. Si può iniziare a parlare di “individuo”, infatti, soltanto dopo la costituzione di un “Io” che, come struttura psichica, si costituisce soltanto dopo la nascita del nostro essere (non prima, come se fosse un’anima eterna) attraverso le relazioni del nostro essere con il mondo esterno, quindi è un prodotto, prima di diventare un soggetto creativo, del mondo esterno, delle relazioni con gli altri, dell’educazione e più in generale della cultura in cui nasce e cresce. In questo senso siamo sempre “figli dei nostri tempi”, dipendiamo dalla cultura in cui viviamo, prima ancora di essere indi-vidui unici e, almeno potenzialmente, indi-pendenti.

      Le pulsioni fondamentali dell’Io sono generalmente suddivisibili in pulsioni di vita e in pulsioni di morte, creative e distruttive, di affermazione (dominio, espansione, conquista) e di negazione (distruzione ma anche di rimozione). Oltre l’istinto di autoconservazione e oltre il destino all’autoaffermazione, poi, c’è, parallelamente, la predisposizione alla difesa, come chiusura al mondo e come stasi, e l’impulso alla crescita, come apertura al mondo e come cambiamento.
      Quindi condivido in pieno, come dici tu, che “Costruire significa creare ponti tra diversità”. Ma la cultura che ci costituisce come individui può portarci a far prevalere la tendenza distruttiva su quella creativa; la paura per il cambiamento (artificialmente alimentata dalla politica della sicurezza e paranoicamente amplificata dalla cosiddetta “informazione” ossessionante e invasiva dei massmedia) può portarci a chiuderci al mondo per autodifesa, bloccando ogni crescita. Quindi la realtà psichica dell’Io individuale può ritrovarsi a soffrire della stessa identica patologia della politica occidentale internazionale: laddove dovremmo costruire ponti e strade, continuiamo invece ad alzare muri e frontiere (illusoriamente impenetrabili).
      Qui le tue belle parole concludono al meglio una condizione umana collettiva (e sì: esistenziale!) che sta diventando sempre più totalizzante (o “globalizzata”): “è un percepirsi al di sopra quando si è al di fuori”.

      Questo accade anche ogni volta che l’individuo, nel suo individualismo egocentrico e ignorante, dimentica (o non ha mai saputo) che senza gli altri non può più essere proprio un bel niente e nessuno, neppure un individuo.

      Per quanto riguarda i concetti attuali di arte di artista, però, mi pare che tu veda bene il modello concettuale di riferimento collettivo della nostra cultura, di matrice romantica, ma non sembri considerare che, comunque, è un ideale storico e culturale che è cambiato nel tempo, che sarà destinato ancora a cambiare e che è tuttora in cambiamento.

      Il mio pensiero era rivolto ai possibili (e probabili) condizionamenti culturali, sociali e psicologici che attualmente stanno investendo la nostra concezione di “arte” e di “artista”.

  2. Penso che oggi tutti si sentano fin troppo “comunicativi”, ma dal comunicare status irrilevanti sui social alla creazione di qualcosa di buono ce ne passa. In effetti è possibile che oggi “ci si senta tutti artisti” ma la verità è che di artisti veri se ne vedono pochi.

    Byron Rink

    • L’arte è l’artista sono come l’uovo e la gallina: chi nasce prima? Ognuno per essere ha bisogno dell’altro e la logica del nesso causa-effetto non risulta il modo di pensare più adatto per cercare di comprendere le relazioni reciproche inestricabili.
      Certo, la sistematica mistificazione del linguaggio in atto nella nostra cultura ci confonde ulteriormente (guerre d’invasione che vengono definite “esportazioni di benessere e democrazia”, “preventive” o addirittura “missioni di pace”; la lotta all’inquinamento che ci induce a costruire e a comprare ancora più automobili sempre più nuove e sempre più spesso…fino anche ai contatti virtuali di facebook che vengono chiamati – e quindi poi anche definiti e considerati come- “amicizie”!)
      Allora siamo arrivati prima a confondere e poi, spesso, perfino a ridurre e ad identificare tutta la nostra persona con la nostra immagine pubblica, con il nostro personaggio, con il nostro profilo facebook. Di conseguenza, il nostro principale obiettivo non è più tanto quello della formazione di noi stessi quanto, piuttosto, quello della auto-promozione. Ancora prima, però, ci avevano già indotto a confondere l’indottrinamento con l’informazione e, subito dopo, anche la capacità di essere comunicativi con l’abilità di ripetere e diffondere (pubblicare e condividere) informazioni ufficiali già dette, già selezionate e decise da altri nella loro impostazione di base. Eppure, comunicare resta ancora molto di più del semplice informare.

      Ecco, quindi, che anche quando parliamo di arte, di artisti o, ancora più in generale, di creatività o di creazione, come di qualunque altra concezione astratta, dobbiamo ritornare a riflettere sulle parole, sul linguaggio, perché è il linguaggio – lui per davvero e lui per primo- a creare la nostra realtà e a suggerire i nostri pensieri cambiando quasi impercettibilmente le definizioni dei nostri concetti nel tempo.
      In definitiva, anche ciò che oggi concepiamo come “arte”e come artista sta cambiando, per quanto siamo ancora molto legati al modello culturale (e ideale) di riferimento romantico che vede l’artista come un’esploratore d’avanguardia della trascendenza umana, ben oltre i confini razionali, sull’orlo del caos e della follia, in grado di accedere ad una dimensione più autentica di esistenza in cui ogni le possibilità di significato sono inesauribili.

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