L’arte come moderno rifugio per gli psicotici (secondo episodio)

Il sonno della ragione genera mostri

C’è da prendere in seria considerazione e che l’arte contemporanea possa costituire un’ottima e opportuna difesa contro il distruttivo giudizio razionale della scienza psicologica. Oppure, d’altro lato, si potrebbe ipotizzare che l’arte si stia lentamente trasformando in uno strumento commercial-pubblicitario per giustificare l’egocentrismo emotivo e il narcisismo dinamico.

In effetti, oggi potremmo anche dover ammettere che, seppur a “ben guardare” tutti gli individui siano unici (tutti appaiono uguali, ma ognuno è diverso ed unico), il nostro ego tende però a sottrarsi all’angoscia e alla paura di confondersi con la massa “riconoscendo” solo quegli aspetti che comprovino bene la supremazia e l’originalità dei nostri gesti e dei nostri pensieri.Tendiamo, cioè, a considerare “realtà” tutto ciò il cui accadere ci conferma che siamo unici e speciali. Allora, la realtà non è più la verità, ma una riduzione follemente egocentrica della nostra mente narcisistica.

La verità, per quanto ci riguarda, è solo un misterioso mito sopravvissuto grazie ad antiche religioni o l’enigmatico oggetto di studio di filosofie ormai tramontate e oggi tanto inutili quanto noiose. Ci sentiamo “sani” e “giusti”, “reali e realizzati”, però, solo quando riusciamo ad ottenere il “giusto” riconoscimento pubblico del nostro straordinario valore (intelligenza nettamente superiore alla media e sensibilità davvero fuori dal comune); non certo quando siamo assaliti da tremendi dubbi sul timore di essere uguali a tutti gli altri individui, miseri granelli di pulviscolo cosmico e presuntuosi satelliti spaziali fuori controllo che vanamente e ignorantemente pretendono che il mondo e il sole, allo stesso tempo, gli girino intorno.

L’arte, invece, non ha mai avuto paura dei dubbi, né timore alcuno del giudizio altrui;  non si è mai sottratta alla pubblica critica, né ha mai dovuto render conto di alcuna improbabile diagnosi clinica. Anzi, ha sempre preso in mano ogni gioco ribaltandone le regole, riuscendo a trasformare quasi ogni meschino megalomane patologico in un magnifico genio eccentrico, riuscendo addirittura a trasfigurare il mondo intero in una prigione siderale e, quindi, ogni vergognosa fuga dalla realtà in eroica evasione cosmica, ma soprattutto, insinuando tra le righe – e tra le pieghe d’ogni “opera d’arte” – che la tanto famigerata “sanità mentale” non sia altro che un fine stratagemma politico volto a far adottare agli individui quella quieta ordinarietà anonima e banale del vivere sociale – umile ed umiliante –  che, in tutte le epoche, ha consentito al potere culturale dominante di gestire e governare meglio le masse più deboli, obbedienti e omologate.

La stessa concezione di arte in generale – soprattutto quella moderna, quella contemporanea, e ancor più e ancor meglio quella concettuale – costituisce un’ampia dimensione anarchica in cui il fortunato psicotico dalla mente autoreferenziale, in qualità di individuo agente (“artista”), non solo non è più costretto a subire alcun tipo di schema collettivo dominante, ma acquisisce anzi la licenza di infrangere ogni tipo di ordine razionale preesistente, così da essere finalmente libero di manifestare con orgoglio i prodotti artigianali (“opere d’arte”) delle sue ambizioni visionarie più soggettive e strampalate, delle sue allucinazioni mentali più intime e caotiche, delle sue concezioni spaziali più personali e distorte, dei suoi stati emotivi più sinceramente deliranti, delle sue assurdità più egocentriche e private, fino a toccare anche quelle più ancestrali ossessioni umane di riordinare il caos per creare un nuovo controllo universale delle cose che hanno portato alla volontà di potenza nazista: perché le sue opere dovranno colpire, sorprendere, meravigliare, scuotere fortemente fino anche ad atterrire, scandalizzare, offendere, indignare, schifare o traumatizzare quante più persone possibili; perché tanto meno sensate e condivisibili appariranno le sue opere, tanto più potranno essere giudicate “profonde” e “geniali”.

Il valore di questo “asilo artistico”, in cui ogni disturbato mentale può trovare un sicuro rifugio, è inestimabile, e i suoi convenienti pacchetti-regalo aggiuntivi sono eccezionali ed innumerevoli.  Volendo ricordarne almeno un paio, ci basti considerare che, già in forza dell’attuale concezione stessa di “arte”, l’artista viene sollevato da ogni fatica o preoccupazione e, perfino, da ogni responsabilità o colpa, perché tutte vengono demandate, per principio, al povero osservatore:

–  l’artista non deve affaticarsi né preoccuparsi di immettere un senso effettivo nelle sue opere, perché ogni immissione di significato è sempre e necessariamente compito esclusivo e personale dell’osservatore, chiamato a trovare in sé, nel suo intimo, nella sua cultura o sistema di attese, il senso di ciò che sta davanti a lui;
–  l’artista non deve nemmeno prendersi la briga di sentirsi responsabile per ogni eventuale significato che le sue opere possono comunque avere (nei rari casi in cui dovesse capitare che, anche per sbaglio, ne abbiano uno), né di eventuali reazioni emotive potenzialmente nocive per la salute del pubblico: tutte le responsabilità e possibili colpe sono di nuovo da ascriversi, sempre ed esclusivamente, al povero osservatore, poiché la sua interpretazione soggettiva e la sua reazione imprevedibile vengono determinate più dalla propria personale percezione ed esperienza estetica che dall’opera dell’artista, considerabile solo come uno “stimolo efficace”.

L’osservazione è sempre un atto personale e colui che osserva “produce” l’immagine che guarda (in caso di vendita dell’opera, però, il ricavato va tutto soltanto all’artista, sia chiaro). Perfino in caso di pessimo giudizio critico, dunque, la colpa è sempre dell’osservatore: se ha visto un’opera brutta, è perché è brutto lui e non l’opera che l’ha stimolato a guardarsi meglio. Tiè.

Tuttavia, poiché l’essenza dell’arte, come l’essenza della bellezza, risiede sempre di più nel processo di comprensione di qualcosa di segreto al di là della forma, resta ancora necessario porre una particolare attenzione al perfezionamento della mistificazione del linguaggio e al potenziamento del già eccessivo (ma mai ancora troppo) lirismo pseudo-filosofico e pseudo-poetico della comunicazione verbale che solitamente introduce il pubblico alla visione delle opere d’arte attraverso presentazioni, riflessioni, critiche, lodi, recensioni, ecc. al fine di innescare sempre più seducenti esplosioni atomiche di fascinazione spirituale e relative reazioni nucleari a catena che infiammino anche gli animi più spenti attraverso un’autocombustione di fuoco sacro (dell’arte) e di sacro furore (dell’animo artistico) divampando in sempre più tumultuose e danzanti lingue ardenti fino ad avvolgere in ustionanti abbracci gli spettatori bruciati per accenderne finalmente i cuori ormai cotti e i cervelli già bolliti. Perché è ancora indispensabile risvegliare intere orde caotiche di colorite metafore, di suggestive frasi enfatiche, di colti giochi di parole e di lunghe e disinvolte espressioni ricercate con poche virgole per combattere, vitalizzare o, perlomeno, coprire ed occultare quella miserabile pochezza patetica di bellezza e di significati che, in genere, aleggia e troneggia sempre più spesso nelle opere contemporanee.

La ricerca artistica attuale, allora, può spesso essere quella di una forma che organizzi e interpreti in modo ancor più divertente l’egocentrismo narcisistico, cioè l’accusa che ci annienta, insieme a tutto ciò che mina e smonta la smisurata fiducia nella nostra superiorità fisica e mentale. L’artisticità, infatti, ci garantisce un’indiscussa nobiltà d’animo (l’artista deve essere egocentrico, per poter regalare al mondo intero la propria visione geniale e infiocchettata della realtà); l’artisticità non ha più bisogno di giustificazioni, ha smesso di dover dare risposte, è il velo che copre le deformazioni personali mostrandole come straordinarie prove di ipersensibilità. L’analisi psicopatologica, invece, è scabrosa, disorienta le nostre aspettative, è dirompente, è il lato drammatico dell’esistenza moderna.
Tutto questo ben sapendo che l’arte, ancora oggi, ha un senso solo se si ha anche l’ambizione folle di scardinare la cultura dominante, le concezioni comuni, l’immaginario collettivo, le regole tradizionali, le definizioni prestabilite, l’ordine costituito e, perché no, anche la logica razionale, la biologia molecolare come pure l’antipaticissimo codice stradale o l’intera scienza ufficiale, rigettando le perizie medico-psichiatriche e il buon senso della pubblica opinione per poter, così, ancora sostenere lo “sguardo collettivo”.

Si potrebbe anche considerare che, probabilmente, gli egocentrici, i narcisisti, i megalomani, i politici, i personaggi anonimi come anche quelli di successo, come pure molti altri particolari e gravi casi psicotici e, più in generale, l’intero genere umano con particolar riferimento all’individuo moderno occidentale, nel loro peculiare e spasmodico bisogno di continua e ossessiva ricerca di approvazione e di consenso pubblico alla propria personale visione ego-distorta del mondo, se supportati o se perfino incentivati nel loro delirio da una quantità o da una qualità sufficientemente ragguardevole di elementi, siano in grado di raggiungere incredibili vette di euforia mentale, elevatissimi livelli di energia fisica e straordinari traguardi pratici che distano anni luce dalle normali possibilità di cui dispongono solitamente i cosiddetti “individui sani”.

Certo, essi potrebbero essere facilmente annientati da alcune semplici critiche impietose o, perfino, da più serie analisi “oggettive” quali, per esempio, quelle autorevolmente riferite dalle attuali teorie della psicopatologia fenomenologica. Analisi autorevoli o critiche e “oggettive” possono indurre, non di rado, tanti fragili signori sognatori al totale annichilimento per l’impietoso svelamento improvviso di qualche “nuda verità”. Eppure, non è davvero mai alcuna “nuda verità” a ridurre in frantumi le loro visioni immaginifiche, ma soltanto altri sogni diversamente strutturati o, se si preferisce, altre verità più comuni e più condivise (ma non per questo anche più vere delle loro intime verità schizoidi!)
In un’epoca in cui la scienza ha scoperto che l’umanità, la Terra, il Sistema Solare e l’intera “nostra” galassia non contano nulla nell’universo; in un tempo, come quello attuale, in cui la conoscenza ha dimostrato la relatività di ogni valore di riferimento, che cosa potrebbe essere la visione della psicologia o della psichiatria se non il risultato di un mero accordo cognitivo e interpretativo di più persone ispirato a studi scientifici con analisi razionali e ipotesi relative?

Alla visione della psicologia razionale, quindi, può contrapporsi in modo rispettabile e speculare la visione artistica, cioè una visione prodotta da un tacito accordo generale su analisi e teorie quasi perfettamente contrapposte a quelle della logica razionale, e in cui si evince, in particolare, che egocentrismo e ossessività, lungi dall’esser difetti, sono al contrario dei pregi, essendo due tra le condizioni più importanti perché un individuo possa divenir davvero capace di creare qualcosa.

In effetti, quanto può essere labile il confine tra “lucida” determinazione e “insana” ossessività? A ben guardare, anzi, si potrebbe forse affermare che non esiste alcuna autentica ed efficace determinazione umana che non sia anche, allo stesso tempo, profondamente ossessiva, perché è solo quando siamo davvero ossessionati da qualcosa che riusciamo a trovare tutte le energie e tutto il tempo necessari a sviluppare e a mantenere per lungo tempo quell’ammirevole “dedizione profonda” che – anche a costo di mettere a repentaglio la nostra stessa salute – da sempre permette all’uomo di mettere al mondo quasi ogni vero successo.

Claudio Bardi

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