Simone Olivieri, Hank Williams e l’undici luglio del ’52

Simone Olivieri - You win again

Io e Simone Olivieri siamo cresciuti nello stesso quartiere (per il quale condividiamo uno smodato affetto!) e nonostante le nostre vite siano state parecchio diverse ci confrontiamo di tanto in tanto grazie alla musica. In effetti il nostro “first contact” avvenne, in maniera superficiale, tramite i rispettivi progetti musicali. Simone al tempo non era un solista e nel 2009 ci esibimmo con i nostri gruppi alla Locanda Atlantide, un live club romano. Nel tempo abbiamo imparato a conoscerci meglio e di tanto in tanto ci ritroviamo per le nostre strade periferiche a parlare di Syd Barrett, dei Beach Boys o di Kurt Cobain. E’ difficile stabilire cosa gli piaccia, ama un certo alternative di stampo 90’s ma non apprezza molto Jeff Buckley o Layne Staley, non è uno che venera ma è abbastanza curioso da cercare. Quello che so è che i suoi dischi hanno qualcosa da dire, da comunicare. Come il suo ultimo lavoro: Apotheke. Oggi si è presentato con un regalo (covato da tempo a dire il vero), un brano di Hank Williams chiamato “You win again”…

Allora, dimentichiamoci per un pò dell’ottimo Apotheke, la tua farmacia e-motiva(nte) e parliamo due secondi di Hank Williams! Cosa stavi cercando nell’honky tonk e come sei arrivato a “You win again”?

Non stavo cercando nell’honky tonk e all’epoca non sapevo neanche cosa fosse! Cercavo semplicemente nel passato ed è stato Bob Dylan a portarmici. Se inizi ad ascoltare e leggere qualsiasi cosa su Bob Dylan non passa molto tempo prima che ti imbatti in personaggi quasi mitici di un passato che all’epoca era distante solo 10 o 15 anni, ma che sembrava molto più lontano per quello che era successo nel frattempo e che stava succedendo negli anni ’60. Così questi vecchi musicisti diventavano già a quel tempo come eroi epici, martiri, ombre imponenti, testimoni dell’autenticità di una tradizione che si stava già perdendo nel primo decennio dei “tempi moderni”. Per me trovare personaggi di questo tipo, degli anni tra fine ’40 e inizio ’50, fino ad arrivare anche ai  musicisti degli anni ’20-’30 immortalati da Harry Smith nell’Anthology, era come scavare e trovare un tesorio prezioso, così affascinante che mette in moto la fantasia, la curiosità, che qualche volta fa perfino paura.

You win again è un brano particolare, composto durante il declino dell’autore. Williams ha avuto una adolescenza dura. Secondo te ci sono simbologie nel brano?

Non credo ci sia simbologia in “You Win Again”. Uno degli aspetti infatti che apprezzo maggiormente nelle canzoni di Hank Williams, e che le rendono a mio avviso universali e immortali, è la semplicità. I testi non sono astratti, non parlano per simbologie, metafore, figure retoriche. Raccontano i dolori attraverso cui passava, per lo più d’amore, tradimento, solitudine, purtroppo anche fisici, con la cruda sincerità di un diario scritto per se stessi, o al massimo perché il diretto interessato legga e intenda. Le sue sono canzoni comprensibili a tutti, a prescindere dalla cultura di riferimento e dal periodo storico: chiunque, che si trovi nel 1952, nel 2015 o tra cento anni, ascolta una storia che può non solo capire ma sentire dentro di sé istintivamente o perché l’ha vissuta anche lui. Sono canzoni che parleranno sempre, per questo sono dei classici.

Nel biopic del 1964 “Your Cheatin’ Heart”, la figura di Williams fu raccontata con le solite inaccuratezze del cinema mainstream. Se si scorrono le storie delle leggende americane dell’epoca si vede quasi lo stesso profilo. Quanto le vite di questi musicisti sono state romanzate in realtà?

Molto, ma in parte è anche questo il bello. Ovvero questi personaggi hanno vissuto un periodo storico in cui non c’era un’informazione assidua, drogata da internet, social network, foto e articoli ogni giorno, e per questo motivo attorno a loro si creava curiosità, un’aura e infine un mito. E il mito, anche da personaggio a personaggio, ha quasi sempre gli stessi connotati. Ognuno di loro poi è legato alla sua decade, e con essa condivide stereotipi culturali in una dialettica semiotica di significanti e significati: una canzone, un cappello da cowboy, un concerto in una barroom stile saloon, una vecchia macchina americana su un’autostrada stile Route 66 sono dettagli che la gente già immagina, e che quindi poi vuole ritrovare per avere il “gusto” dell’autenticità, anche se poi un particolare dettaglio non dovesse essere davvero autentico. Ciò che fa colore ha comunque il suo peso nell’aiutare a collocare una storia, poi l’importante è raccontare i fatti nel modo più fedele possibile nel linguaggio di un film di un’ora e mezza. Se qualcuno vuole approfondire eventualmente ci sono le biografie. Qualche giorno fa ho visto un film su Jerry Lee Lewis e non direi che assomiglia né a Hank Williams né al coevo e antagonista Elvis Presley, quindi comunque il messaggio arriva.

Ascoltando la tua performance del brano dal vivo mi ero fatto una buona impressione, ma devo dire che il lavoro di produzione l’ha resa ancora più preziosa. So che sei molto puntiglioso mentre registri e che spesso ti rivolgi ancora in direzione analogica. Come ci si sente ad usare ancora il registratore a nastro?

Bene! Io mi sento male a registrare su hard disk! A parte le battute su questo annoso dibattito che spesso genera più fanatismo che altro, il nastro mi dà ancora qualcosa in più. Non è un discorso snob né filologico di fare il pezzo anni ’50 o ’60 come si faceva allora, tanto non sarebbe comunque possibile ormai. E’ invece una semplice preferenza di suono, ed è qualcosa per cui ho ancora voglia di lottare e per cui sopporto volentieri di rendermi a volte la vita più difficile (e pesante, visti i 26 kg del mio registratore). Ci sono infatti manutenzione continua e costose revisioni, ma soprattutto devi suonare un pezzo bene dall’inizio alla fine come si faceva una volta. Non c’è un tasto per tornare indietro, non hai la vita facile dell’editing selvaggio insomma, e a me piace così. Le cose troppo facili non danno neanche soddisfazione. Inoltre spesso programmi e plug-in cercano o promettono di emulare il nastro. Perché emularlo quando posso usarlo davvero?E poi non è vero neanche che col computer è tutto più facile: prova tu a registrare una chitarra “sul rosso” con un computer, o a riaprire un pezzo quando ti sparisce un intero hard-disk! Detto questo, nastro o computer sono comunque mezzi, non devono essere un fine. La canzone è il fine, ed è solo la musica che conta! Preferisco una bella canzone registrata in digitale che una brutta registrata in analogico.

Beh, raccontami qualche aneddoto sul vecchio Hank, qualcosa che ci faccia entrare in atmosfera…prima dell’ascolto!

“You win again” è stata registrata l’11 luglio 1952, il giorno dopo il divorzo tra Hank Williams e Audrey, la donna che lo ha stregato e segnato per tutta la vita, purtroppo breve. Un classico esempio di amore e odio, di amore per chi non lo merita, amore che si dà anche se consapevoli che l’amato lo butterà via, lo maltratterà e lo trasformerà in una colpa. Chi ama è quindi come un folle. In questo senso ci sono un significato di fondo e un’atmosfera simili al mio pezzo “Il Folle” (contenuta nel mio album “Apotheke” uscito quest’anno) che racconta infatti la lucidità di capire un amore che non potrà funzionare ma al tempo stesso l’incapacità di fermarsi.Di questa lontana “parentela” tra la mia canzone e quella di Hank Williams mi sono accorto soltanto molto tempo dopo aver scritto la mia, e forse anche per questo motivo inconsciamente “You Win Again” era già penetrata tanto in me. Sicuramente dopo averlo capito questo legame è diventato più chiaro e ancora più forte.Ho poi voluto ispessire a modo mio questo legame in studio di regstrazione: nella stessa sessione di registrazione della cover di “You Win Again” ho infatti registrato una versione alternativa della mia canzone “Il Folle”, che pubblicherò tra poco. Sarebbe bellissimo anzi, chissà, fare un 45 giri con le due canzoni su lato A e B!

Byron Rink

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