Jobs the man in the machine

Steve Jobs The man in the machine

Per parlare di Steve Jobs e del rapporto che lo lega alla gente partirei da qualche anno fa e cioè da Her. Mai film, a mio parere, aveva tanto bene rappresentato il legame che può connettere l’uomo alla macchina. Forse qualcosa di simile c’era stato in precedenza con Hal di Odissea nello spazio ma quella era davvero un’epopea del viaggio dell’eroe mentre in Her si parla di amore.

Il lutto che colpì il mondo alla morte di Jobs fu immane. Con quello di ieri sera, Jobs – The man in the machine, sono tre i film che ho visto su di lui e già questo è un elemento che ci dovrà pure costringere a porci qualche domanda.
Il lutto, dicevo. Mi sono fatta l’idea che Jobs abbia fornito alla gente, nel suo regno alla Apple, qualcosa di cui  l’uomo ha un grande bisogno: un amore incondizionato del quale questi oggetti, contrassegnati con l’ “i” iniziale (e non a caso) potrebbero essere ottimi interpreti: rispondono in maniera veloce e impeccabile ai comandi, tramite le app ci forniscono tutto quel che vogliamo e non ci scassano la testa con le complessità tipiche invece del rapporto uomo-donna. Sono semplici da fruire, maneggevoli e rispondono ai nostri desideri quanto mai ha fatto l’altro soggetto di una relazione amorosa, sono belli da sfoggiare e costosi come una puttana d’alto bordo o un gigolò. Se l’uomo non desiderasse tutto questo perché esisterebbero ancora le prostitute in un mondo dove fare sesso è ormai diventata un’abitudine anche tra sconosciuti che si possono abbordare nel giro di qualche minuto su internet?
I prodotti Apple sono questi, sono come il nuovo amore che ti fa scordare tutti gli amici, e ci hanno velocemente portati all’isolamento fornendoci con loro un rapporto personale e intimo.
Jobs – The man in the machine resta un po’ confuso a mio parere da questo punto di vista, ma è proprio da qui, da quel che Jobs ha donato al mondo, che bisogna forse partire, e soprattutto occorre pure chiedersi quanto c’era di Jobs nei prodotti Apple, quanto li identifichiamo con il loro creatore e se c’è davvero un uomo dietro e dentro quelle macchine, un uomo che non a caso ha dato il nome di sua figlia alla prima di loro. Se così fosse, l’iPhone, l’iPad e l’iPod più di tutti gli altri sono dei totem e la divinità che essi rappresentano è Jobs, l’uomo che sosteneva “ho raggiunto l’illuminazione ma non so che farmene”. Ma lo stesso uomo che mostrava il dito medio alla IBM è quello della società più quotata al mondo, quello che faceva il lavoro insieme agli amici e incassava tutto il guadagno, lo stesso che con un clic faceva licenziare la persona colpevole di aver fatto assumere a un’altra azienda un ex dipendente della Apple, o che fa perseguitare un ragazzo colpevole solo di avere trovato un prototipo del nuovo iPhone in un bar.
E poi ci sono stati gli incidenti nelle fabbriche cinesi dei componenti Apple e, sul piano personale, stiamo parlando dello stesso uomo che aveva accusato la donna innamorata di lui, incinta di sua figlia, di volerlo incastrare, di avere avuto diversi amanti e di avergli garantito di essere sterile e per questo voleva rifiutarle gli alimenti; l’uomo che tradisce i suoi migliori amici con la formula non così inusuale del “ti conquista, ti denigra e poi ti ignora” come racconta in lacrime uno di loro, poiché è estremamente difficile staccarsi da un uomo così e anche ora che è morto le persone che lui ha tradito ne parlano piangendo e piangendolo. È quella forma di parassitismo morale del quale non ti liberi mai del tutto.
Ma io credo che Jobs volesse davvero cambiare il mondo in meglio, a volte il male può diventare uno strumento del bene ma succede anche l’opposto.
Quanto c’è di Jobs nell’apparecchio Apple che ami così tanto? Sta a te chiedertelo. Io in questo momento ho davanti a me il mio primo computer Apple, un Macintosh Classic. Spero che, ancora a quel punto, là dentro ci fosse l’innocenza di chi sognava un mondo migliore pensando in modo diverso.

Alda Teodorani

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