La morte del libro secondo me

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Una pagina della Bibbia stampata da Gutenberg (1455)

In un mondo globale e interconnesso, in cui tutti sono abituati a ricevere le notizie in tempo reale, certo, a molti potrebbe forse sembrare davvero illogico e sconsiderato fondare ancora una nuova rivista o un altro giornale.

Si parla sempre tanto, e ormai anche da molto, della crisi dell’editoria e perfino della “morte del libro”. In generale, sembra che tale crisi sia da attribuirsi all’inarrestabile progresso tecnologico e al continuo sviluppo degli strumenti informatici, che renderebbero la carta stampata uno strumento anacronistico e, quindi, non più adeguato. Ebbene, è già stato detto, ma non è ancora stato ripetuto abbastanza, che sono tutte stronzate.

Innanzitutto, si deve ricordare che l’unico vero anacronismo, quello davvero reale e concreto, ma soprattutto quello più costante e continuo, è proprio quello tecnologico e informatico: tutti gli strumenti che usiamo oggi saranno presto, prestissimo, sempre più presto inutilizzabili, da buttare nel cassonetto. Di tutto quel che usiamo oggi per leggere, tra pochi anni, non resterà assolutamente niente, tranne i libri, se ne abbiamo.
Oggi è impossibile anche solo pensare di leggere un documento su floppy disk o di guardare un film in videocassetta, mentre un libro ultracentenario è ancora leggibile: “funziona” ancora perfettamente, anche, perfino, senza elettricità.

Per quanto riguarda l’informazione e l’intrattenimento, però, in effetti, se quello di un quotidiano può ancora definirsi soltanto un fine informativo e divulgativo a livello di notiziario, è ovvio che i più innovativi strumenti informatici oggi disponibili sul mercato siano più efficaci. Se quello del libro, perfino, è soltanto uno scopo d’intrattenimento e svago, è ovvio che già solo un film, al confronto, può essere un prodotto più comodamente usufruibile e, quindi, più adeguato.

Chi è stato, però, a ridurre il libro a mero strumento divulgativo e a misero prodotto d’intrattenimento e di svago? La stessa editoria. Per logica di mercato. Per vendere più copie, per venderle a chiunque, ha trasformato la concezione stessa del libro in Best Seller, perseguendo per anni la massima accessibilità al pubblico, in termini di facilità di lettura nella forma e di massima divulgabilità nel contenuto, e azzerando quasi completamente ogni possibile difficoltà di comprensione, di messaggio, di pensiero, e cioè di significato.

Questa assurda mossa imprenditoriale di massificazione del libro ha finito col mettere l’editoria in diretta concorrenza (ovviamente persa in partenza) con i migliori (e più efficaci) prodotti informatici.

Da quando gli editori, da intellettuali appassionati di lettere come erano originariamente,  hanno iniziato ad essere sostituiti sempre più spesso da freddi imprenditori commerciali ignoranti col solo fine di vendere alla massa, cioè già a partire dal 1800 (come lamentava Balzac), gli stessi concetti di “libro” e di “lettura” hanno iniziato a trasformarsi in qualcosa di diverso, fino a diventare, oggi, dei meri prodotti di intrattenimento e un facile esercizio di svago.

Peccato, però, che ancora oggi persista lo stesso – e persisterà sempre e comunque – l’autentico significato di “leggere un libro”, che è lontano da ogni scopo meramente informativo né nulla ha a che fare con l’intrattenimento, il divertimento e lo svago. Malgrado l’odierna mistificazione del linguaggio, infatti, “informare” non significa ancora “comunicare”. Mentre aggiungere un contatto agli “amici” su Facebook non significa ancora avere un nuovo amico e neppure conoscere qualcuno, così “leggere” non potrà mai significare solo essere capaci di una concentrazione durevole al massimo tre minuti, cioè appena sufficiente per un “post” di cinque righe, e destinata subito a perdersi nel caos invasivo di altre informazioni, post e commenti vari. Leggere su un monitor non è equivalente a leggere sulla carta stampata, lo sanno bene anche i correttori di bozze: sul monitor non si riconoscono neppure gli errori.
Leggere su un monitor, semplicemente, non significa leggere, al punto che per coloro che leggono solo in questo modo si può parlare di analfabetismo informatico: sono una tipologia particolare di analfabeti che si distingue dagli altri analfabeti solo per la presuntuosa ed illusoria certezza di non esserlo.
Leggere un libro, un libro autentico, di un autore autentico, non è un divertimento né uno svago; e non è neppure semplice. Leggere un libro per davvero significa entrare in sintonia con le più vive frequenze mentali di un altro individuo, anche se magari è già morto da tempo; significa incontrare difficoltà di lettura continue: di comprensione, di assimilazione, di pensiero.

In conclusione, se davvero il libro, come alcuni sostengono, fosse “morto”, si sarebbe allora trattato solamente di un omicidio volontario preterintenzionale e senza attenuanti commesso proprio da quegli stessi soggetti che oggi si lamentano più di tutti della “morte del libro”, della crisi dell’editoria e della presunta fine imminente della carte stampata, e cioè proprio degli editori, dei distributori e dei venditori, i quali sono ormai sempre più spesso riuniti insieme in un’unica grande (e trina) azienda commerciale, come Feltrinelli e Mondadori.

Tutta la possibile cultura umana è sempre stata e ancora resta soltanto nei libri. Wikipedia non è cultura; è informazione, è nozionismo; può costituire, al massimo, un buon indice che però, da solo, può avere la stessa valenza di un mero sommario enciclopedico; che, da solo, può soddisfare solo un somaro patologico.

La carta stampata gode ancora di ottima salute e per dare vita alle parole scritte basta leggerle, senza caricamenti, senza scaricamenti, senza attese, senza malfunzionamenti, senza virus, senza frustrazioni, senza errori di sistema, senza aggiornamenti continui, senza messaggi pubblicitari, senza spine e soprattutto senza rotture di coglioni.

Claudio Bardi

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Un pensiero su “La morte del libro secondo me

  1. Quello del sovraccarico di informazioni sul web é uno dei più grossi problemi contemporanei. Si legge tanto e male a video. Sono d’accordo anche sul tema scottante dell’ editoria capitalista che ha ridotto il libro a prodotto di consumo

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