The Hateful Eight, quando Agatha Christie incontra il Grinta

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Nono film per l’amatissimo Quentin Tarantino (decimo se consideriamo Four Rooms come una sua creazione), che stavolta si cimenta con una sorta di giallo western dal ritmo ben diverso rispetto al precedente Django Unchained. Un ritmo che stavolta si sarebbe dovuto adagiare “finalmente” sulle melodie di Ennio Morricone che tuttavia tradisce “nuovamente” l’americano con una performance un pò sottotono. The Hateful Eight è il film che mi ha fatto definitivamente comprendere le difficoltà che il cinema di Tarantino da sempre possiede nei confronti dell’epica. Sarà che nei suoi film non ci sono mai eroi, solo antieroi e in questo caso anche detestabili. Sarà che occorre sempre un filo di respiro in più nella durata delle inquadrature per farci rimanere senza fiato e forse proprio perchè siamo in un western con le musiche di Morricone che ci viene in mente una tipologia (ormai iconica) di film.

Ma Quentin proprio non può stare fermo, la sua caratteristica è la rapidità e la sua vetta è nel dialogo. Parlando di Samuel Jackson a proposito del suo personaggio, il maggiore Marquis Warren, dirà: Non tutti gli attori possono pronunciare i miei dialoghi, il mio è un linguaggio molto particolare, devi saperne catturare il ritmo. E nessuno riesce a dire le battute meglio di Sam – ed eccoci al primo punto, come ripeto da sempre Tarantino è il più grande sceneggiatore degli ultimi vent’anni, quando i suoi personaggi aprono bocca tu non puoi che ascoltarli,  magari dicono un mucchio di cazzate ma la verità è che spesso i loro monologhi ti guidano come il pifferaio di Hamelin dove decidono loro. Questo avviene nel meraviglioso, magico momento di Tim Roth, quando sviscera il suo discorso sull’essenza della giustizia che supera (dal mio punto di vista) quello che doveva essere “il monologo del film”, proprio scritto per Jackson.

Il film è di certo una pellicola che affascina, si sente tuttavia al suo interno una sottile contraddizione. Una riflessività che quando comparve nella cinematografia di Quentin, ovvero Jackie Brown in principio non convinse (ma poi si prese la sua rivincita). E’ quell’incedere da “scopri l’assassino” tipico del giallo di Agatha Christie, un dieci piccoli indiani nel Rendez-vous de Le Iene che rende il rtimo di The Hateful Eight più simile ai Coen che al Tarantino che conosciamo.

Poi di certo, a far bene attenzione ci sono i suoi famosi rimandi, la presenza del suo fake brand: le sigarette Red Apple e proprio Tim Roth interpreta un inglese che a ben indagare dovrebbe essere imparentato con il Fassbender di Inglourious Basterds nonchè la sua ormai nota violenza “gratuita” (per dirla alla Morricone).

Insomma, forse vi ho già spoilerato abbastanza. Il film va ancora elaborato, scava dentro ed è un grande pregio. Credo di avergli preferito Django Unchained però The Hateful Eight mi ha fatto finalmente capire una cosa importante. Sono anni che vado in giro criticando le tanto osannate colonne sonore di Quentin Tarantino e il suo annullamento dell’original soundtrack, lo score (chiamatelo come volete). Penso che il cinema privato di un cesellamento sonoro effettuato sulle immagini perda la sua intermedialità. Un film di Sergio Leone senza le celebri musiche sarebbe un danno per l’umanità e quindi il fastidioso trend dei pezzi riciclati a mosaico per la vendita dei cd mi ha sempre lasciato perplesso. Mi dicevo: perchè Quentin non può confrontarsi con un grande tema scritto apposta per lui?

Così dopo il lungo corteggiamento del regista nei confronti del nostro Ennio Morricone, le risposte sprezzanti del compositore per gli inserti pop nelle colonne sonore dell’americano avevano finalmente portato ad un punto di svolta: il primo film in cui la colonna sonora sarà curata interamente dal maestro, diversamente dalle volte precedenti.

Ma l’esperimento non va a buon fine. Forse Ennio non era in vena, oppure era soltanto difficile per lui concepire la colonna sonora per un western che non comprende, un western senza l’epica. O magari invece Quentin stesso, lasciando i dialoghi correre al suo solito ritmo ma rallentando con le immagini ricreando il clima teso ma soffuso della merceria di Minnie Mink si ritrova orfano della sua compulsività sonora da abbinare alle inquadrature e alle parole.

Insomma The Hateful Eight mi ha fatto comprendere perchè Tarantino ha bisogno, per concepire il suo cinema, dei suoi Frankenstein sonori. Almeno per essere immediatamente convincente. E’ la sua natura. La natura dei suoi dialoghi. Non è detto però che “essere immediatamente convincenti” sia sempre un bene. La sperimentazione invece lo è di certo.

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