Torre di Controllo a Maggiore Tom

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TDC: Maggiore è ora di dormire…
MT: Si, ma prima raccontami una storia
TDC: va bene, ma dopo tutti a nanna!

David Jones aveva due occhi diversi. Era la sua caratteristica più famosa, almeno in apparenza. In principio erano gli stessi ma un trauma ne congelò uno. Così mentre l’altro si dimenava nella sua danza linquida di pupilla, il secondo giaceva fermo in quell’istante di dolore, come la fotografia di un reportage di guerra. Jones era in costante movimento tra due mondi, quello della fissità e quello del futuro che si faceva presente in un battito di ciglia. Si racconta di come Jones fosse solito arrivare in ritardo sulle onde e i più cinici si vantavano di conoscere il suo dualistico percorso di inventore/copione. Ma per David Jones il copione era quello di stampo teatrale, lui si era sempre considerato un semplice attore che ogni volta sapeva assegnarsi un ruolo da recitare. Il suo ritardo sul percorso dipendeva dalla scissione della sua visione. Così per una volta decise di creare qualcosa di suo: il suo tempo. Certo non sciocco, fu chiaro per lui, fin da subito, che l’arte si poteva svelare nelle sintesi. Che poteva essere immessa nella circolazione del pensiero così come l’eroina nella circolazione sanguigna. Un benessere che avrebbe mutato tutto e tutti.

Così prese gli accordi in maggiore di Bolan e li rese malinconici, distrusse la verità rendendola canovaccio della sua icona poi disgregò la sua creazione e ne plasmò una nuova. Come un dio pazzo confondeva, travestendosi da Warhol e mille altri in un eterno carnevale.

Una volta non disse: “So che il cinema non fu inventato dai Lumière, ma sono loro che il cinema ricorda. Il punto è quindi inserirsi nella storia nel preciso istante in cui la bocca si mette a parlare. Questa è la mia capacità”

Ed ecco quindi che, smussando la retorica, David Jones lo si potrà riconoscere ad ogni anfratto della cultura pop, nei capannoni della Berlino, nelle parrucche rosso fuoco, nelle parole della Pivano, nelle occhiaie spente di Christiane, nella ricercata androginia, nel pallore dei vampiri a mezzanotte, nel film prodotto da Micheal Stipe, presso i barattoli di zuppa, sia alieno che astronauta…immortale fino a ieri o immortale da oggi?

Come ogni mattina, accendo il cellulare e metto su il caffè. Di norma mi arrivano un paio di messaggi di chiamate, i “buongiorno” consueti che spero tutti voi ricevano. Stavolta però l’apparecchio non cessava di (s)trillare. Era successo qualcosa. Era morto David Bowie. Una cosa del genere non era mai accaduta prima con nessuna rockstar, poeta, attore. Persone che volevano condividere con me il loro (credo reale) dolore. Una condivisione che normalmente si sarebbe verificata solo con la scomparsa di una persona vicina, un parente. Ecco, evidentemente Bowie è stato un lontano parente per tutti noi e nonostante si sprechino anche parole per denigrarlo ricordate sempre che Bowie non rappresentò una sola stagione. Scrivo rappresentare poichè l’arte dell’inglese fu più vicina al teatro che alla musica (specie quella rock, che è solo una sfumatura della sua rappresentazione!). Cogliere gli elementi astratti, l’humus delle epopee umane, è di certo un valido esercizio intellettuale ma renderli fruibili alle masse non è semplice come potrebbe sembrare. Non è semplice neppure incarnare (letteralmente) questi passaggi, divenire maschera delle decadi.

Se puoi essere eroe, solo per un giorno, continuare ad impersonarne il protagonista per un ciclo è una caratteristica degli eroi epici. Credo che sentire questa consapevolezza sia il solo modo per salutarlo.

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