Motorama, il fantasma di Ian Curtis è un russo occhialuto

Calendar

«Se ci fosse una strada, per partire o arrivare. Se ci fosse qualcuno. Qualcuno. Almeno uno. Almeno. Per camminare insieme, per parlare insieme, per giocare insieme. Se non si fosse soli, così soli. Se non si fosse i soli a morire in questa città. Se ci fosse qualcuno, uno almeno, almeno un altro. Per avere meno paura. Per avere paura insieme». Ernst Kirchner era freak molto prima che tale status esistenziale diventasse alla moda e commercialmente appetibile. L’autenticità di questa condizione rendeva del tutto superfluo ostentarla, perché si trattava di qualcosa che non aveva niente a che fare con un certo involucro esterno. Piuttosto, consisteva in una sorta di freddo atavico, innato, capace di bucare  le ossa.

Questo gelo è la benzina che alimenta la fame di camminare, macinare distanze e dar forma ai propri demoni, affinchè abbiano vita propria. Si tratta insomma di qualcosa che, nonostante la spessa cortina di malinconia che lo avvolge, non è apatia o stasi, ma il suo esatto contrario. Un filo che unisce idealmente il pittore tedesco ai Motorama, band new wave russa di Rostov sul Don nata ormai 10 anni fa. L’attuale formazione è composta da Vlad Parshin (voce e chitarra), Irene Parshina (basso), Maxim Polivanov (chitarra), Sasha Norets (tastiera) e Oleg Chernov (batteria). Qualcuno, con sintetica efficacia, li ha definiti «the strong and silent types at the party».

Il richiamo dei Motorama ai Joy Division è forte e chiaro; la voce baritonale di Vlad Parshin porta alla mente, indiscutibilmente, Ian Curtis. Tuttavia, il gruppo di Rostov sul Don non rinuncia all’influenza di alcune tra le principali formazioni che lo hanno preceduti in epoca sovietica (Megapolis, Molotov Kokteil, Kino).

Pioggia, nebbia, mare, crinali. Le immagini che popolano le loro canzoni tratteggiano con estrema precisione uno stato d’animo crepuscolare, a tratti plumbeo, ma in fermento, come il mosto. Il dolore penetrante della dissolvenza non esclude il prepararsi di un nuovo corso, in cui tutto è possibile («an open path»). Così, non c’è tempo di votarsi alla sofferenza. Esistere significa non perdere mai la voglia di interrogarsi, soprattutto a proposito di ciò che, quasi certamente, non fornirà risposte certe («no one knows, where our ship floats. From ocean grey and cold, how long will it care about you? Will it care about us?»).

Alps, album del 2010, ha in copertina la foto di un bambino con in mano un quaderno. Alle sue spalle un albero. Forse si è nascosto per annotare qualcosa che vuole tenere al riparo dagli sguardi altrui, mentre la luce del sole rimbalza sulle foglie, nel verde intorno. Ha tutta l’aria di essere una di quelle giornate che offrono un assaggio di primavera. Il ritmo scattante e dinamico che caratterizza il disco è frutto del riuscito connubio tra basso e batteria, capaci di amalgamare stati d’animo  complementari come fossero elementi di una tavolozza («my hopes, my will were never a part of you those days were sad and cold. I’ll never want them back again. But in this moment we are close to each other again. It’s like a merge of different colors in a silver mountain lake. And I’m home again»).

A dimostrazione che tutto si tiene, Calendar (2012), si presenta attraverso l’immagine di uno specchio d’acqua cinto da monti, in cui confluiscono molteplici colori. Ci si aspetta che, da un momento all’altro, qualcuno lanci il sasso capace di scompaginare tutto  e creare nuovi equilibri, come disintegrando un vetro («you always have a stone for the window in my heart»).

L’ideale  – ma, auspicalmente, momentanea –  chiusura del cerchio  arriva con Poverty (2015). Uno sfondo nero su cui, come incollata, si staglia la foto di una serie di macchie bianche, forse spore. Stavolta è la tastiera a fare la differenza, dando quel tocco teso e squillante capace di rendere un brano come Write to me più una speranza, che non una supplica («write to me, write me what I want to hear. I’m sick of talking, don’t want to hear unbearable talking. I had blatantly redundant year, write to me»).

Contrasti, ma solo apparenti, che come la sottile crosta di un vulcano, celano a fatica un’esplosione di energia. A miserable feeling of felicity, per dirla con le loro parole. Probabilmente a Ernst Kirchner i Motorama sarebbero piaciuti. Magari avrebbe disegnato la copertina del loro prossimo disco. O li avrebbe “prestato” uno dei suo quadri, forse Villaggio con strade blu.

Francesca Garrisi

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