The Lady in the Van

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Ieri sera ho visto un film coraggioso, e ho riso, pianto, ho trattenuto il fiato, ho scattato decine di screenshot, mi sono fermata, sono tornata indietro, ho condiviso opinioni con i miei amici via messaggi e facebook, ho desiderato, come si dice sempre nelle recensioni scrause composte da frasi fatte, che non finisse mai.

Il coraggio del film deriva dalla scelta di affidare il ruolo di protagonista a una “old lady” e di indugiare per tutto il tempo su di lei, di parlare con ironia e umorismo del lento consumarsi della vita, ma anche  con malinconia (quest’ultima però non cede mai il passo alla tristezza e alla rassegnazione) un lento consumarsi che appartiene a tutti noi e al quale assistiamo ogni giorno, e proprio in questo periodo, in cui mio padre se ne sta su un letto di ospedale e noi, i suoi figli, ci stiamo lentamente preparando al peggio, proprio in questo periodo, dicevo, arriva nella mia casa The lady in the Van, produzione BBC per la regia di Nicholas  Hytner tratto dal libro omonimo di Alan Bennett.

La protagonista è la Maggie Smith che tutti noi abbiamo adorato in Downton Abbey, la vicenda priva di luoghi comuni è quella di una donna che ha sofferto, è stata abbandonata, ha avuto paura, è fuggita, ha rivissuto ogni giorno il passato con i suoi fantasmi, è stata tormentata dalla gente. E poi c’è l’Inghilterra, nominata più volte con sottile ironia per quelli che sono i suoi vezzi e vizi, c’è il perbenismo. Siamo lontani eppure vicinissimi a Harold e Maude, ma qui c’è una solitudine che deriva più da una costrizione che da una scelta.

Il protagonista maschile è uno scrittore, ancora una volta, come sempre succede nelle ultime belle pellicole che ho visto (ma non italiane e non dirette dai miei amici, e pazienza), si parla di scrittura e a me, che della scrittura – ancor più in questi ultimi tempi – mi sto beatamente nutrendo in tutte le sue forme, questo procura, per usare un’espressione che di recente mi ha scritto il mio storico amico Baldo, veri e propri orgasmi mentali. Sì, il film illustra molto bene la scrittura con il suo doppio, da un lato lo scrittore seduto al tavolino, che ascolta, decifra e amplifica il suo flusso di pensiero interiore, dall’altro lo scrittore che si guarda attorno, cerca storie, vuol cambiare e migliorare il mondo, vuole soluzioni e non accetta compromessi.

E c’è il lento spegnersi e la morte delle persone care, c’è una morte che ci attende tutti, quella dei nostri cari e poi la nostra, ma sopra ogni cosa c’è la vita, una vita degna di essere vissuta, fatta di piccole gioie quotidiane alla ricerca di sprazzi di felicità, gioie che è giusto prendersi, attimi che è fondamentale godersi, cercando di essere al meglio e per il meglio con chi ci vuole bene, poiché alla fine, sapete, arriva il rimorso e ti avvelena piano piano, togliendoti ogni possibilità di vera gioia.

Alda Teodorani

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