Vittima del tipico stato emotivo caratterizzato da elevata sensibilità agli stimoli

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Qualche sera fa con Vale siamo stati invitati all’inaugurazione della mostra “Tattoo Forever” allestita dal MACRO a La Pelanda.

Il MACRO testaccio, in quanto ex mattatoio, puzzerà per sempre di animale morto, è un fatto. L’arte è forse il nuovo animale morto.

Appena arrivati abbiamo visto la ressa al banco del cibo. Il cibo (e in particolare l’alcool!) gratuito è sempre fonte di spiacevoli visioni, i benestanti che sgomitano per delle pizzette sono peggio delle formiche che accerchiano un lombrico agonizzante.

Vedere le caviglie nude dei giovani rampolli fa male al buongusto.

Superati i primi ostacoli entriamo circospetti. All’interno c’è un caldo boia ma prende bene vedere un pezzo in una teca: Un catalogo di tatuaggi (non datato) disegnato su di un papiro. E’ strano soffermarsi su quanto l’umanità odierna sia simile alla sua versione passata.

D’altro canto è impossibile non rimanere colpiti dall’idea che i meravigliosi, cinetici, abbozzati e futuristi graffiti delle Grotte Chauvet in Francia siano di trentaduemila anni fa. Insomma, siamo evidentemente primitivi e tutti noi sappiamo che non abiteremo mai sulla luna, figuriamoci su marte.

Con questa rinnovata consapevolezza incontriamo Asia Argento, è con il figlio e delle amiche (è anche la madrina della festa). Vorrei salutarla e ricordarle di quando un pomeriggio si infilò in negozio a Piazza Navona e rimanemmo a parlare di cazzate e film fino al tramonto, ricordarle anche che sta per uscire il disco dei Dirty, almeno credo, oramai non ne sono più sicuro.

Alla fine Non le diciamo nulla, con Vale filiamo a vedere dei teschi sintetici ornati da mani abili ma troppo legate al mondo del tatuaggio. Ci soffermiamo su di una tizia orientale che si denuda e fa una danza creata apposta per la mostra. Prende della vernice a terra con il palmo della mano e se la passa sul corpo. E’ danza moderna, pochi la capiscono ma si fermano per via del corpo nudo.

Le opere scorrono nella solita maniera delle mostre, con quel misto fatica che si prova nel fare una cosa molto intima, guardare con attenzione, in mezzo a gruppi di persone con le quali si ha poco da spartire.

Usciamo per prenderci un paio di birre artigianali e ci imbuchiamo alla mostra di Valeri, il nome “lasciami entrare” ci ispira. Ci facciamo le opere come se fossero dei frame, lampi di qualcosa che scorre. Poi calpestiamo migliaia di matite messe a terra a formare un sentiero.

La notte delle matite calpestate.

Alla fine ritroviamo Asia al bar, sta danzando con il bambino, sembra felice. Con vale ci guardiamo e teliamo da lì. La notta giovane si era già fatta vecchia.

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