Sophia/Monk – Roma

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Ieri notte ero al Monk per ascoltare musica. Suonavano i Sophia sapete. Chi segue C inside da tempo, sa quanto Robin Proper-Sheppard sia stato importante per il percorso musicale dei Dirtyfake. Avevo letto in giro recensioni tiepide sul nuovo lavoro As We Make Our Way, si rimproverava una certa ripetitività alle composizioni del californiano, ma io  il disco lo avevo preso da un pezzo, lo avevo rimediato da una radio inglese e me lo stavo “acriticamente” godendo. Si perchè quello che chiedo ai Sophia è esattamente quello che Dylan Dog vuole dal suo armadio: una certezza. Io so che una punta di malinconia si insinuerà nelle viscere e sarà proprio quella goccia che desidera il mio corpo. Così dopo qualche difficoltà iniziale, che non starò a spiegarvi, saluto vecchi e fin troppo cari amici e mi immergo nelle note. Sapete come si ascolta la musica? Al buio, nelle stanze o nelle sale concerti fa poca differenza e quella che i romantici chiamavano arte notturna è perfetta per le notti fosche e piovose come quella che avrebbe accompagnato la band. Ed è stato un viaggio.

Lo dico sinceramente: sono stanco della musica dal vivo, dei locali, dei gestori, della poca o della troppa energia, di uscire, di stare in casa, di pagare troppo e pagare poco. Stanco della poca accoglienza, della mancanza di stima, della perdita dell’onda controculturale, dell’underground arido, stanco di suonare per voi o per loro, stanco di fare la scimmietta e di vedere altri fare tre passi tronfi verso la caduta…

Insomma vivo un malessere che la maggior parte delle volte mi spingerebbe a filarmela dopo il quarto brano in scaletta. Però ieri non riuscivo a staccarmi, per magia o per fortuna poco importa, per la chimica del mio corpo o per il miracolo neuroscientifico da spiegare ai posteri ho ascoltato tutti i brani con partecipazione, gustato i vecchi classici come Bastard, If only, So slow e nuovi classici come Oh my love e I left you. Un live generoso suonato da una band che sapeva tirare su un muro sonoro di tutto rispetto che non poteva farci che ricordare i God Machine. Ed eccoci alla considerazione di Hornby sulla musica che “ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza“. Eccole entrambe e per una volta la seconda mi è persino più cara…

 

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